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ASTROFISICA/ I “dischi volanti” di Orione, alla scoperta del luogo dove nascono le stelle

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In questi dischi surriscaldati la temperatura diventa talmente alta che, a causa dell’elevata agitazione termica, parte del materiale riesce a sfuggire all’attrazione gravitazionale della stella centrale ed esce quindi dal disco. Questo fenomeno viene detto fotoevaporazione. Una volta che questo materiale è fuoriuscito dal disco, viene intercettato e così ionizzato dalla radiazione più energetica emessa da Theta 1 Ori C. La zona in cui avviene la ionizzazione è quella che appare così brillante nelle figure dei dischi fotoevaporati.

I dischi che sono invece più distanti da Theta 1 Ori C  non ricevono da essa sufficiente radiazione da innescare i meccanismi di fotoevaporazione e ionizzazione del gas e appaiono per questo motivo “bui”. Possono comunque essere osservati poiché la polvere del disco assorbe molto efficacemente la radiazione luminosa; pertanto alcuni di questi dischi vengono osservati “in silhouette” rispetto allo sfondo brillante della nebulosa. Proprio in questi oggetti, che possono apparire a prima vista meno interessanti dal punto di vista scientifico perché più “tranquilli” di quelli fotoevaporati e ionizzati, gli astronomi hanno la possibilità di studiare al meglio le proprietà dei grani di polvere. Ad esempio è possibile stimare la dimensione raggiunta dai grani a seguito dei processi di aggregazione che possono portare fino alla formazione di pianeti.   

Queste immagini dell’Hubble ci permettono quindi di ammirare la Nebulosa di Orione in tutto il suo maestoso splendore; e al tempo stesso di investigare nel dettaglio i processi fisici che hanno dato vita al nostro Sistema Solare.

 

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