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HAITI/ Le tre sfide di Port-au-Prince per risorgere dal terremoto

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Ma anche per questo non mancano i problemi legati alla specificità della sfortunata semi-isola caraibica. Vale cita il caso di Plymouth, capitale dell’isola di Montserrat, sempre in centro America, che una terribile attività vulcanica tra il 1995 e il 97 aveva reso completamente inabitabile, costringendo la edificazione di una nuova città in un’altra zona dell’isola meno vulnerabile. Purtroppo però Port-au-Prince è parecchie centinaia di volte più grande di Plymouth e quindi il paragone non tiene. Il confronto più adeguato potrebbe essere quello col Bangladesh, che dopo i tremendi uragani e alluvioni che provocano enormi perdite di vite umane, vede la ricostruzioni di insediamenti ad alta intensità di popolazione e quindi di nuovo vulnerabili. Si tratta quindi purtroppo di un parallelo non di buon auspicio.

Considerando con realismo il problema del futuro di Haiti, non si può non dire che la resilienza di una città, o meglio di un popolo, non è certo questione di tecniche urbanistiche e di teorie sociologiche ma è in primo luogo esigenza di forti motivazioni e di capacità di condivisione e di gratuità. Lo stesso Vale conclude la sua intervista osservando che «Ultimamente la ricostruzione fisica di Port-au-Prince e del suo ambiente sembra essere l’ultimo dei problemi di Haiti. Allo stesso tempo, io posso solo sperare che la grande resilienza affettiva del popolo haitiano prevarrà ancora una volta».

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