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GEOLOGIA/ Vi racconto come cambia il modo di leggere la lava dei vulcani

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Gli esperimenti puntavano a descrivere le condizioni del trasporto di materiali nell’astenosfera: una matrice di olivina – il minerale che costituisce i due terzi della parte superiore del mantello terrestre – simulava il contesto nel quale fluiva il vetro basaltico, analogo a quello che fuoriesce dalle dorsali oceaniche. Riscaldandoli entrambi a circa 1.300 gradi e sottoponendo il fluido alla pressione di un Giga Pascal (cioè diecimila atmosfere) e ad accelerazioni da 400 a 700 volte quella gravitazionale, è stato possibile misurare il movimento ascendente delle rocce basaltiche. Inoltre, è stato possibile calcolare il rapporto tra la porosità e la permeabilità della matrice di olivina; ed ecco quindi il risultato: quel rapporto è di 1,5 ordini di grandezza inferiore rispetto a quello previsto dai più accreditati modelli termo-meccanici e ciò significa che la velocità del magma lungo l’astenosfera è 1,5 ordini di grandezza maggiore di quella finora stimata e che l’attraversamento dell’intero “strato debole” ha richiesto tra i 1.000 e i 2.500 anni.

 

Le conseguenze sono di grande portata. Anzitutto chiariscono il senso di un indizio ben noto ai vulcanologi: il fatto che i vulcani siano attivi solo per alcune migliaia di anni. E poi ci sono tutte le conoscenze indirette che derivano dal vulcanismo. La lava infatti è un prezioso messaggero di informazioni sugli strati del sottosuolo inaccessibili all’indagine umana diretta: ebbene, se la velocità di risalita è elevata, vuol dire che il magma resta per meno tempo a contatto con le rocce che sta attraversando; di conseguenza, anche i segnali geochimici che porta con sé in superficie vanno letti in modo diverso. Si tratta di segnali che probabilmente descrivono qualcosa che si è verificato molto più in profondità di quanto non si pensasse.

(Michele Orioli)



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