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ANNIVERSARI/ Eroismo, temerarietà e progresso nel primo volo sopra le Alpi (1910)

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Non deve quindi meravigliare se all’idea di organizzare una grande competizione aerea anche a Milano si abbinò subito quella di proporre un’impresa che potesse non solo strabiliare e attirare ancor più il pubblico, ma fornire anche un potente stimolo al progresso della tecnica aeronautica. Lo affermava esplicitamente Arturo Mercanti, carismatico presidente del Touring Club Italiano e anima del comitato organizzatore del Circuito di Milano: «Una traversata delle Alpi in aeroplano avrebbe portato un eccezionale argomento definitivo di conclusione nel dibattito allora diffuso e vivo fra tecnici e coscienza pubblica sulla superiorità dell’uno piuttosto che dell’altro mezzo, aeroplano e dirigibile; avrebbe portato elementi di rivoluzione se non immediata, di non lontano avvento, nella futura arte militare aerea, non solo ma sui secolari sistemi di comunicazione e di scambio».

In effetti l’organizzazione della traversata, che fu curata  in dettaglio coinvolgendo una gran quantità di persone sui versanti svizzero ed italiano del Passo del Sempione, cercò di assicurare il più possibile le comunicazioni, con telefoni, telegrafi elettrici e ottici, posti di osservazione e staffette motorizzate (Marconi aveva perfino offerto degli apparati radio, che non furono però attivati), ma fu in ogni caso messa a dura prova dal severo ambiente montano  e dalle mutevoli condizioni meteorologiche. Furono queste le vere difficoltà da superare, perché il  monoplano Bleriot XI di Geo Chavez si era in realtà già dimostrato  capace di superare le quote richieste per la traversata, conquistando, nei mesi precedenti,  numerosi primati di altezza. Però la sua struttura era intrinsecamente fragile, come del resto tutti i velivolo di quegli anni, e poco adatta a volare fra i vortici e le correnti delle montagne.

Nonostante questo, il coraggio e la tenacia di Chavez - l’unico degli iscritti alla competizione a tentare veramente l’impresa - sarebbero riusciti a portare a pieno compimento la trasvolata da Briga a Domodossola e la successiva corsa verso Milano, se non fosse stato per la rottura di un piccolo elemento alare che lo fece precipitare in fase di atterraggio a Domodossola. Una ricostruzione delle vicende del Circuito di Milano fu redatta nel 1960 quando, in occasione del cinquantenario, a Milano fu organizzata un’imponente mostra commemorativa. Quella mostra saldava idealmente i primi interessi della città di Milano alla nascente tecnologia del trasporto aereo, con l’inaugurazione del  rinnovato aeroporto di Linate, finalmente accessibile anche agli aeroplani più moderni.

Interessi che, nel più genuino spirito meneghino, già nel 1910 avevano saputo coniugare le esigenze dello sport con quelle della concretezza e degli affari, tanto che il vasto campo di gara ricavato attorno alla Cascina Taliedo non era stato pensato come una effimera struttura ma come luogo da destinare allo sviluppo delle tecniche aeronautiche. Esso  divenne in effetti il nucleo del primo aeroporto milanese e in pochi anni  anche  la sede della Caproni, la principale industria aeronautica italiana a cavallo delle due guerre mondiali.

Dopo le commemorazioni il nome di Geo Chavez, figlio di un ricco banchiere peruviano trapiantato in Francia, che preferì la sfida del coraggio e dell’avventura a una tranquilla vita da dandy parigino, tornerà nell’oblio probabilmente per i prossimi cinquant’anni; ma qualche frettoloso passante milanese potrà forse dire, transitando per la via Chavez (in zona Loreto), ora so chi era costui.



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