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CHIMICA/ Dal mar dei Caraibi alla sintesi organica: così il palladio porta al Nobel

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I metodi sintetici, precedenti a quelli messi a punto dai tre Nobel di quest’anno, presentano il difetto di essere eccessivamente reattivi e poco selettivi, cosa che rende impossibile selezionare in modo esclusivo l’atomo di carbonio coinvolto nella reazione e di conseguenza si ha la produzione di molti altri prodotti oltre quello desiderato, con il conseguente problema di purificazione. Le reazioni proposte, invece, sono molto selettive e avvengono in condizioni abbastanza blande, permettendo di instaurare sequenze di reazioni successive fino a formare composti anche molto complessi.


I tre metodi sintetici, che sono noti con il nome dei rispettivi scopritori, sono stati sviluppati nel corso degli anni 70 e fanno tutti uso del metallo palladio come catalizzatore. I catalizzatori sono composti chimici che intervengono in una reazione, facilitando il suo svolgimento, senza però entrare nei prodotti finali e potendo, quindi, essere riutilizzati per una nuova esecuzione della reazione. Nel caso in esame si tratta di composti organo-metallici del palladio che dopo la reazione possono essere recuperati e rigenerati.


Mentre la reazione di Heck utilizza solo il catalizzatore ma è applicabile solo a classi di molecole più limitate, le reazioni messe a punto dagli altri due utilizzano composti tra uno dei reagenti e zinco (Negishi), boro (Suzuki), che sono un perfezionamento del reattivo a base di magnesio inventato da Grignard.


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