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FISICA/ Contrordine: per fare il mondo subatomico bastano due dimensioni, la terza è virtuale

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L’idea pare ai limiti della follia, ma il gruppo del Fermilab è convinto che l’ipotesi sia verificabile o falsificabile grazie a un esperimento. La “prova” ipotizzata e in via di realizzazione prende le mosse da uno dei più importanti esperimenti della storia della fisica, è cioè l’esperimento di interferometria di Michelson e Morley, che era nato con lo scopo di misurare la velocità della luce.

L'interferometro olografico - o “olometro”: questo è il nome dello strumento - è costituito da due interferometri completamente separati posizionati uno sopra l'altro. In ogni interferometro, un fascio di luce viene separato in due parti che viaggiano lungo direzioni differenti, fino a raggiungere uno specchio che le rimanda indietro, dove viene misurata l'eventuale differenza di fase. Qualsiasi minuscola vibrazione che interferirà con la frequenza della luce nel corso del suo viaggio determinerà quindi un'uscita dallo stato di sincronizzazione dei due interferometri.  Gli interferometri di questo "olometro" sono caratterizzati da una elevatissima precisione alle alte frequenza.

I ricercatori prevedono una maggiore precisione di sette ordini di grandezza rispetto a qualsiasi orologio atomico attualmente esistente su intervalli di tempo ultrabrevi. Disponendo di due interferometri, i ricercatori possono confrontare i risultati per confermare le misurazioni. Inoltre, possono assicurarsi che qualsiasi vibrazione rilevata non sia derivata dall'interferometro olografico stesso. Infine una serie di sensori all'esterno dell'apparecchiatura servirà per rilevare le normali vibrazioni e cancellarle facendo vibrare alla stessa frequenza gli specchi. L’esperimento vedrà due step: un primo per la realizzazione di uno strumento più piccolo (1 metro di lunghezza), un secondo per un esperimento assi più grande e preciso (40 metri di lunghezza).

Da un lato bisogna riconoscere al gruppo del Fermilab una originalità tutta sua. Normalmente infatti i fisici teorici negli ultimi decenni si sono divertiti ad aggiungere dimensioni piuttosto che a toglierne, arrivando a ipotizzare che le dimensioni del mondo in realtà siano almeno undici. Dall’altro è impossibile non notare come il punto di partenza tradisca in qualche modo una strana attrazione per le spiegazioni forzatamente esotiche dei fenomeni naturali. Sembrerebbe quasi che per conoscere la realtà si debba per forza pensare che in essa ci sia qualcosa che non va, che il suo apparire sia “sbagliato”. Questa scelta non ha certo un fondamento scientifico, ma sta al fondo dello sguardo di chi ricerca.



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