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SPAZIO/ Dalla nebbia di raggi gamma spunta il buco nero galattico

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L’emissione delle bolle nei raggi gamma è dovuta probabilmente a un fenomeno che gli scienziati chiamano “Inverse Compton”: quando un fotone di bassa energia interagisce con un elettrone di alta energia, può sottrargli parte dell’energia ed essere trasformato in un fotone di alta energia, cioè un raggio gamma. Per fare un paragone, Fermi è sensibile a fotoni con energie miliardi di volte superiori a quelli che compongono la luce che i nostri occhi percepiscono. L’emissione nei raggi gamma ci dice quindi che in queste bolle sono presenti degli elettroni di alta energia.

Osservando le energie dei fotoni raccolti, gli scienziati possono avere indicazioni sul meccanismo che ha prodotto le bolle. Per avere maggiori informazioni, gli astronomi sono andati anche a scavare nel dettaglio di passate missioni. In particolare studiando i dati dei satelliti WMAP, che ha osservato il cielo nelle microonde, e ROSAT, che lo ha scrutato nei raggi X, si sono accorti di strutture simili che erano rimaste inspiegate. Gli scienziati concludono che molto probabilmente si tratta delle stesse bolle viste in bande, cioè in “colori”, diverse.

Combinando tutte queste osservazioni, nel dettagliato articolo che verrà pubblicato sull’«Astrophysical Journal» saranno presentate e messe in discussione varie ipotesi sulla formazione delle bolle. In particolare i due meccanismi più probabili sono una passata attività del buco nero centrale oppure un passato periodo di intensa formazione stellare nel centro galattico. Riguardo al primo caso, è infatti noto dalle osservazioni dei buchi neri nelle altre galassie che essi non si limitano ad accrescere il materiale che hanno intorno, ma parte di esso viene accelerato ad altissima energia e espulso fuori. Sarebbe questo materiale a comporre oggi le bolle. Nel secondo caso, sarebbero state invece numerose esplosioni di supernova accadute quasi contemporaneamente a produrre gli elettroni di alta energia che osserviamo all’interno delle bolle.

Lo studio più approfondito di queste bolle permetterà di migliorare la nostra comprensione degli eventi più energetici accaduti nel passato della nostra galassia. Il satellite Planck, lanciato l’anno scorso, perfezionerà i dati della precedente missione WMAP e permetterà forse di dire quale dei due scenari proposti dagli scienziati è quello veritiero.



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