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SPAZIO/ Valsecchi (astrofisica): così abbiamo ricostruito la storia del buco nero più massiccio

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I buchi neri sono tra gli oggetti più esotici che la scienza ci permette di conoscere. Essi consistono in una concentrazione talmente elevata di massa che la forza di gravità esercitata impedisce a qualsiasi oggetto, persino alla luce, una volta superato un raggio critico detto “orizzonte degli eventi”, di allontanarsi da esso.

All’inizio erano solo una predizione matematica della teoria della relatività generale di Einstein ma negli ultimi 20-30 anni l’astrofisica ha mostrato che questi oggetti esistono davvero. Anzi, attualmente si crede che l’universo ne sia pieno: ogni galassia dovrebbe ospitare un enorme buco nero al suo centro, con una massa di milioni o addirittura miliardi di volte quella del sole. Uno studio condotto negli ultimi 20 anni ha evidenziato la presenza di uno di questi “mostri cosmici” anche nel centro della nostra galassia, la Via Lattea. Per fortuna possiamo star tranquilli, perché la nostra distanza da esso è di circa 25.000 anni luce, abbastanza da non intimorirci.

Non tutti i buchi neri sono così grandi: ne esistono anche altri di massa simile a quella del Sole, che provengono dal collasso delle stelle più massicce quando raggiungono la fine della loro vita. Di uno di questi si è recentemente occupato un gruppo di astrofisici, guidato da un’italiana, Francesca Valsecchi. Come molti altri nell’universo, questo buco nero non è isolato, ma si accompagna ad un’altra stella, formando quello che gli astronomi chiamano sistema binario. In particolare il sistema studiato è M33 X-7, così denominato perché ospitato all’interno della galassia M33, che ad una distanza di circa 3 milioni di anni luce è una delle più vicine a noi e visibile dai telescopi che operano nei raggi X.

Ci si potrebbe chiedere come è possibile osservare un oggetto che per definizione risucchia qualsiasi cosa, persino la luce. Raggiunta da ilsussidiario.net, Francesca Valsecchi ci ha spiegato: «L' osservazione di buchi neri è solitamente molto difficile quando essi sono isolati, tuttavia un buco nero può essere una brillante sorgente di raggi X se accoppiato ad una stella a cui può sottrarre materia, come nel caso di M33 X-7. Il materiale stellare infatti, durante la caduta verso il buco nero, si riscalda fino al punto di emettere radiazione X».

Proprio perché in questi sistemi «i buchi neri sono "visibili", tali sistemi costituiscono un fondamentale laboratorio per il loro studio», continua Francesca. E in particolare M33 X-7, che ha delle caratteristiche che lo rendono del tutto particolare. «Il primo fattore che rende straordinario il sistema binario M33 X-7 è la massa del buco nero che contiene. Quando infatti le masse del sistema M33 X-7 sono state precisamente misurate, nel 2007, il suo buco nero era il più massiccio buco nero stellare noto»:  ben 16 volte il nostro Sole! Un valore di questo genere è difficile da comprendere nel contesto dei modelli attualmente disponibili di questi sistemi binari.

 



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