BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPAZIO/ L’autovelox galattico ha "beccato" l’ammasso più lontano

Pubblicazione:

gruppo_galassie_hickson_R400.jpg

È l’ammasso di galassie più lontano mai osservato: così almeno risulta la struttura cosmica JKCS401, secondo le recenti misure pubblicate da Stefano Andreon (dell’INAF-Osservatorio astronomico di Brera) e colleghi di un’ampia collaborazione di ricerca. Per una legge che gli astrofisici conoscono bene, questo equivale a dire che è anche il più antico che si conosca. Quando infatti guardiamo gli oggetti astronomici, dobbiamo ricordare che la luce che hanno emesso ha impiegato milioni, o addirittura miliardi di anni per giungere fino a noi; così, più andiamo a guardare lontano, più andiamo indietro nel tempo. Questo permette di avere a disposizione una sorta di “macchina del tempo” che ci consente non solo di conoscere com’è fatto l’universo attuale, ma anche di poterne seguire l’evoluzione.

 

L’ammasso in questione è molto antico: circa 10 miliardi di anni, il che significa che l’universo aveva solo poco più di 3 miliardi di anni. Ma, nella misura effettuata c’è ben più di un semplice record. Vedere un oggetto così lontano infatti è un test fondamentale per i modelli teorici di evoluzione delle galassie. E i risultati di Andreon e colleghi non sono in accordo con il paradigma standard di formazione delle galassie e pongono nuovi interrogativi sul modo con cui le galassie si sono formate.

 

La misura effettuata non è totalmente nuova, ma un lavoro simile era già stato pubblicato circa un anno fa sempre da Andreon. Allora il valore ottenuto, piuttosto incerto, del redshift era di circa z=2. Per i cosmologi il redshift è un modo di misurare le distanze e indica di quanto si è spostata verso il rosso la luce dell’oggetto che stiamo osservando.

 

A causa dell’espansione dell’universo infatti, la lunghezza d’onda della luce viene “stirata” e gli oggetti diventano via via più rossi più sono lontani. La misura, allora condotta incrociando i dati nei raggi X del satellite Chandra (Nasa) con quelli nell’infrarosso dello United Kingdom Infrared Telescope aveva causato qualche perplessità tra gli astrofisici.

 

È per questo che è stata migliorata la misura, utilizzando i dati delle survey (le survey sono campagne di osservazione in cui si osserva una grande quantità di oggetti di un certo tipo) CFHTLS e WIRDS. Non solo i dati hanno confermato la misura precedente, ma hanno addirittura riveduto la stima al rialzo: il valore ottenuto è di z=2,2.

 

Il procedimento utilizzato per giungere al redshift è particolarmente delicato, in quanto non sono disponibili misure spettroscopiche dell’ammasso in questione. Un esempio di spettro lo conosciamo tutti: è quello che si ottiene dalla luce del Sole o di una lampada utilizzando un prisma. Lo spettro dice quanto ogni colore, o meglio ogni lunghezza d’onda, è presente nella luce che stiamo osservando. Il modo più diretto allora per misurare il redshift è proprio fare lo spettro e misurare di quanto i vari colori si sono spostati verso il rosso a causa dell’espansione dell’universo. Purtroppo le misure di spettro sono molto difficili per le sorgenti deboli come quella in questione (nonostante i tentativi di Andreon al più grande telescopio del mondo, il VLT) e hanno bisogno di una grande quantità di tempo; quindi, man mano che l’astrofisica sta avendo a che fare con un numero via via più grande di sorgenti, è sempre più piccola la frazione di quelle di cui abbiamo a disposizione lo spettro.



  PAG. SUCC. >