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EVOLUZIONE/ La ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali

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Non è difficile vedere in questi “alcuni” i vari Dawkins, Hitchens, Hawking che ripetono, pur sapendo che non sono veritiere, le varianti di quanto il chimico inglese Peter Atkins diceva nel 1981: «la sola fede di cui abbiamo bisogno è la credenza che tutto può essere capito (dalla scienza) e che – alla fin fine – non c’è nulla da spiegare»; nell’universo «alla fin fine c’è soltanto caos, non scopo».

D’altra parte Casale fa notare come, avendo assunto il rapporto creazione/evoluzione come un capitolo importante del più generale tema dei rapporti fede/scienza, Ratzinger-Benedetto XVI, superando decenni di incomprensioni e in continuità con la riflessione di Giovanni Paolo II, prenda sul serio la dottrina scientifica dell’evoluzione: «Vi è un’apertura di fondo verso l’ipotesi scientifica dell’evoluzione e non c’è più traccia del problema esegetico, cioè i primi capitoli della Genesi non sono un ostacolo per dialogare con l’evoluzionismo».

Ciò che non vedono i neoscientisti è che  la fede teologica nella creazione è in effetti una «spiegazione» eccedente l’evoluzione fisica, «la ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali, essa non finisce nel positivismo: la teoria dell’evoluzione vede la verità, ma ne vede soltanto metà; non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione». E perché questo dialogo, questa integrazione dei saperi possa continuare, occorre quello che Benedetto XVI ha chiamato “allargamento della ragione”.

Quello dell’evoluzione è solo un tratto emblematico di una grande sintesi operata da Ratzinger-Benedetto XVI, che – come osserva Casale - riesce ad essere coerente con la Tradizione ma al contempo originale ed eloquente rispetto alle domande e alle inquietudini degli uomini contemporanei.



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