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NASA/ Ecco GFAJ-1, il batterio che "banchetta" ad arsenico, ma non è extraterrestre

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Il batterio GFAJ-1 studiato dalla Nasa (Ansa)  Il batterio GFAJ-1 studiato dalla Nasa (Ansa)

Ebbene, GFAJ-1 è riuscito a trasformare l’arsenico in un componente primario del suo corpo, usandolo al posto del fosforo, che scarseggia nel particolare ambiente del Mono Lake, un lago che a causa di un prolungato isolamento di oltre 50 anni da fonti di acqua fresca presenta un elevatissimo livello di salinità e alcalinità e, appunto, arsenico in dosi massicce. Si tratta quindi del primo organismo che abbia una composizione biochimica diversa da quella fin qui nota, usualmente denominata CHONSP, dalle iniziali dei suddetti elementi.

  Diversamente da quanto scritto erroneamente su alcuni giornali, non si tratta però, come mi ha spiegato la mia amica Rosalba Bonaccorsi, che lavora anche lei come astrobiologa della NASA a Moffett Field, di una mutazione ottenuta in laboratorio, né tantomeno di ingegneria genetica: il gruppo della Wolfe-Simon ha solo dimostrato l’esistenza della mutazione, nutrendo batteri GFAJ-1 prelevati dal Mono Lake con una “zuppa” di sostanze sempre più ricca di arsenico e sempre più povera di fosforo, fino a eliminarlo completamente dalla dieta, e constatando che i batteri sopravvivevano lo stesso senza problemi.   Tantomeno si tratta (come pure è stato scritto) di un batterio extraterrestre piovuto qui da chissà dove: GFAJ-1 fa parte a tutti gli effetti della biosfera terrestre, tanto che se ne conosce perfettamente la classificazione (appartiene alla ben nota classe dei Gammaproteobacteria, di cui fanno parte anche diversi agenti patogeni come quello della salmonella, del colera e della fibrosi cistica). Per la “biosfera ombra”, cioè una possibile biosfera “parallela” di origine aliena, ipotizzata tra gli altri anche dal celebre divulgatore scientifico Paul Davies (che proprio sulle ricerche in corso al Mono Lake aveva puntato molto), bisognerà dunque aspettare ancora. Cionondimeno, l’importanza di GFAJ-1 per l’astrobiologia è evidente: esso infatti non solo dimostra una volta di più che la vita, almeno in forme semplici come appunto i batteri, può esistere anche in ambienti in apparenza assolutamente inospitali (cosa che in fondo era ormai un dato acquisito), ma anche, più radicalmente, che la vita può essere basata su una biochimica almeno in parte diversa dallo standard CHONSP. Anche se pure questa medaglia ha il suo rovescio: se infatti la vita si presentasse sotto una gamma di forme molto più ampia e differenziata rispetto a quella che conosciamo, potrebbe essere molto più diffusa del previsto, ma anche molto più difficile da scoprire.

 



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