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ANTARTIDE/ La ricerca italiana torna in pole per "bucare" la crosta del continente bianco

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Il tutto rifinanziato con 18 milioni di euro da qui a fine 2011. Certamente la continuità nei progetti di ricerca più impegnativi è fondamentale; da questo punto di vista, bene hanno fatto i ministri a riprendere in mano la programmazione anche delle missioni in Antartide e a rifinanziarle.


Ma per chi non conosce la realtà antartica, è urgente cercare di capire il valore di queste campagne: che cosa vanno a studiare di così particolare gli Italiani al Polo? O, più in generale, perché sfidare il freddo a decine di gradi sotto lo zero, i venti violentissimi, le tormente, la lunghissima notte polare, le scomodità e i rischi che questo luogo inevitabilmente comporta per i suoi visitatori? Perché glaciologi e climatologi, astrofisici e cosmologi, geologi e sismologi, oceanografi e biologi decidono di condividere l'avventura antartica per periodi più o meno lunghi?


Aiutano le parole dei rappresentanti massimi di CNR e ENEA: «l’Antartide è un laboratorio di importanza strategica inestimabile. Le ricerche che vi vengono condotte – dichiara il presidente del Cnr, prof. Luciano Maiani – sono essenziali per comprendere i mutamenti climatici su scala globale e per studiare le dinamiche del nostro pianeta»; il commissario dell’Enea, ing. Giovanni Lelli, sottolinea che «i 25 anni di attività in Antartide hanno consentito all’Enea di acquisire conoscenze scientifiche e operative uniche in Italia, un patrimonio che questa riorganizzazione ci consentirà di valorizzare al massimo».

 

Senza entrare nel dettaglio dei diversi campi di investigazione, basti sapere che le diverse discipline guardano al Polo Sud con interesse crescente da un lato per le caratteristiche uniche del continente ghiacciato, dall'altro perché solo lì si possono effettuare alcune misure, determinanti per conoscere lo stato del nostro pianeta o per esplorare il cosmo profondo.

 


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