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NEUROSCIENZE/ Linguaggio: la misteriosa nascita delle parole nel cervello umano

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Cos’è una parola? Sembra una domanda semplicissima, ma come spesso accade, in linguistica come in matematica, nozioni che sono intuitivamente semplici sono in realtà difficilissime da definire in modo formale, come quando si chiede cos’è un numero. Per la nozione di parola, la semplice idea che basti dire che si tratta di una sequenza di suoni dotata di significato è sia troppo rigida sia troppo lasca: troppo rigida, perché se ad esempio diciamo un libro nuovo siamo di fronte a una sequenza di suoni dotati di senso ma di parole ce ne sono tre; troppo lasca, perché se confrontiamo libro con libri, ci accorgiamo che di significati ce ne sono almeno due – quella dell’oggetto “libro” e quella di singolarità o pluralità - ma di parole ce n’è una sola per ciascun gruppo di significati. I linguisti sanno che bisogna ricorrere a definizioni ben più elaborate come quelle proposte da Otto Jespersen negli anni venti del secolo scorso.

Il gioco, si fa per dire, diventa ancora più complesso se ci chiediamo dove stiano le parole nel cervello. Come spesso accade la clinica ci viene in aiuto: da molto tempo si sa che esistono fenomeni di anomia, cioè di perdita della capacità di produrre nomi, di tipo selettivo: ci sono anomie per i nomi propri, anomie per nomi comuni, anomie ancor più selettive per oggetti concreti di vario tipo, come per esempio quelle per gli utensili, oggetti che implicano un uso, cioè si associano ad una manipolazione coordinata dei movimenti, come per forbice o rastrello. Queste anomie selettive ci insegnano dunque che quando memorizziamo una parola memorizziamo molte informazioni su di essa, come appunto il movimento o l’uso dell’oggetto che abbiamo in mente.

 

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