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FISICA/ Dall'acceleratore LHC al satellite Planck: il segreto è la persona

mercoledì 17 marzo 2010

Nel 1609 Galileo perfezionò il cannocchiale e, dopo aver mostrato ai senatori veneziani il vantaggio che esso offriva per il dominio dei mari, lo puntò al cielo, scoprendo cose che nessuno aveva mai visto (la luna è montuosa, Giove ha diversi satelliti ecc …) e aprendo un nuovo capitolo dell’astronomia.

Stabilì così un paradigma, tuttora al cuore della scienza moderna, appunto galileiana: un progresso degli strumenti permette nuove osservazioni, prima impossibili, le quali offrono gli elementi per rispondere ad alcune domande aperte, e simultaneamente ne aprono di nuove. Il cannocchiale fu decisivo, senza di esso Galileo non avrebbe portato alcuna novità all’astronomia; ci si potrebbe allora chiedere se lo strumento non abbia assunto il ruolo del protagonista, relegando lo scienziato ai margini.

Galileo fu forse solo il “registratore” che, con la sua abilità pittorica, realizzò i disegni e gli acquerelli che permisero a tutti di vedere ciò che si vedeva con il cannocchiale, in attesa che venisse inventata la macchina fotografica?

Non fu affatto così, il ruolo di Galileo rimase cruciale: oltre a trovare il modo di perfezionare tecnicamente il cannocchiale (altri, più esperti di lui in ottica, non lo fecero), fu lui a capire il significato di quanto poté osservare. Pressoché in contemporanea, l’inglese Harriot ebbe un cannocchiale paragonabile, con il quale osservò la Luna, ma, pur vedendo le stesse cose, non capì che essa era montuosa, e lo capì solo leggendo il Sidereus Nuncius di Galileo.

 

A distanza di quattro secoli, gli strumenti scientifici hanno raggiunto livelli di perfezione e di complessità allora inimmaginabili, e alcuni progetti di punta hanno assunto le dimensioni di grandi imprese industriali multinazionali: “strumenti” la cui realizzazione richiede uno sforzo coordinato ventennale da parte di centinaia o migliaia di scienziati, per un costo totale di centinaia di milioni, o miliardi, di euro.

Si potrebbe quindi nuovamente, e a maggior ragione, insinuare il sospetto: il vero protagonista diventa la “macchina” e lo scienziato ha solo un ruolo accessorio?

 

Questo sospetto è stato spazzato via in chi ha ascoltato, la sera di lunedì 15 a Varese (organizzazione dell’Associazione Euresis e del Centro Culturale Massimiliano Kolbe, con il supporto del Comune di Varese), le appassionate relazioni di due dei principali protagonisti di due tra le più grandi imprese scientifiche degli ultimi anni, che entrambe hanno avuto uno snodo cruciale nel 2009.

 

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