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EVOLUZIONE/ Ayala (premio Templeton): la risposta alle domande più importanti non verrà dalla genetica

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La grande serietà la preoccupazione per il rigore scientifico ci avevano subito colpito nell’83 ma sono state confermate nei successivi incontri e nelle suoi numerosi interventi sui temi caldi dell’evoluzione. Interventi resi difficili dal particolare contesto americano che esaspera i contrasti tra gli opposti schieramenti pro e contro il darwinismo e che Ayala ha affrontato con lucidità e senza lasciarsi sopraffare dagli aspetti emotivi. In questo può essere facilitato dal suo carattere a prima vista asciutto e distaccato; che però si rivela di tutt’altra pasta non appena il discorso scivola sui temi culturali più ampi e soprattutto sull’arte e sulla musica.


L’attenzione con la quale tratta i temi del rapporto tra scienza e religione sembra più che altro frutto di una coerenza e di una disciplina di pensiero che si è imposto fin dall’inizio. A volte in questa sua battaglia contro gli estremismi, rischia di apparire a sua volta estremista, come quando è arrivato a parlare, in modo provocatorio, di un universo come risultato di un disegno ma non necessariamente frutto di un disegnatore. Anche quando ha assunto la carica di presidente della celebre American Association for the Advancement of Science (AAAS), ha sempre tenuto ben ferma la necessità di distinguere i diversi ambiti di indagine. Al tempo stesso ha considerato inevitabile per uno scienziato prendere in considerazione questioni meta-scientifiche, che urgono dall’interno delle stesse discipline e possono portare a nuove intuizioni importanti per una piena crescita umana. Ha anche sempre sostenuto il valore della fede come una finestra unica e decisiva per comprendere le questioni attinenti ai significati della realtà naturale e della stessa attività di ricerca.


È in questa prospettiva che nel suo intervento a Rimini dell’83 ha affrontato il tema dell’unicità dell’uomo, schierandosi contro ogni approccio riduzionistico, induttivistico ed empirico, in base al quale alcuni scienziati sembrano credere che quando disporremo di tutte le informazioni genetiche che costituiscono l'essere umano avremo risolto tutti i nostri problemi. «La risposta non ci verrà dalla genetica. Io penso che l’approccio riduzionistico sia veramente insufficiente. Dobbiamo sempre integrare le risposte riduzionistiche con delle risposte olistiche, ponendoci degli interrogativi sull'insieme, cioè adottando un approccio sintetico piuttosto che analitico. Quando gli esperti di genetica avranno completato la sequenza che riguarda la formazione dell'essere umano, ci saranno sempre i filosofi, i teologi, tutta una serie di altre persone che dovranno porsi delle domande importanti e cercare di rispondervi. Anzi, direi che sono queste le domande più importanti».

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