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AMICI ANIMALI/ Attenti, il vostro gatto è un assassino...

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Se si parla di animali selvatici nessuna specie può essere in nessun caso pensata come incline alla cattività, così come, in generale, nessun animale è incline a vivere in condizioni non conformi alle sue caratteristiche biologiche. Quello che si può dire, facendo riferimento alla storia delle domesticazioni operate dall'uomo a partire dal periodo Neolitico (un po' più anticamente nel caso del cane), è che alcune specie tra quelle che l'uomo ha cercato di sottoporre al proprio controllo si sono adattate con minore difficoltà alle condizioni di vita da esso imposte, essendo dotate di tratti morfologici, fisiologici e comportamentali rispetto ai quali tali condizioni costituivano una forzatura non troppo deleteria.

 

 

In cosa consisterebbero questi tratti?


Questi tratti “facilitanti” (in termini biologici chiamati preadattamenti) sono, per esempio, le dimensioni contenute, l'alimentazione poco specializzata, la gregarietà, la sedentarietà, la plasticità comportamentale, la tolleranza alla prossimità con l'uomo e la mansuetudine. La mancanza di preadattamenti è uno dei motivi per cui, nella storia, alcuni tentativi di domesticazione non hanno avuto successo.

 

Tali caratteristiche sono, dunque, immodificabili?

 

Oggi, le moderne tecniche di allevamento, soprattutto quelle basate sulla manipolazione genetica, possono permettere di sfondare anche le barriere degli adattamenti naturali. Ma in questo caso a maggior ragione l'intervento dell'uomo solleva importanti perplessità etiche, riguardanti in generale il suo rapporto con la natura e nella fattispecie la questione del benessere animale. La sopravvivenza di un animale in cattività e persino il fatto che riesca a riprodursi non possono essere considerati indicatori sufficienti del suo buon adattamento alla detenzione.

 

Esistono segni particolari per riconoscere il disagio dell’animale in cattività?


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