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AMICI ANIMALI/ Attenti, il vostro gatto è un assassino...

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Il caso degli animali domestici va visto in un'ottica un po' diversa, cioè tenendo conto del fatto che il rapporto con l'uomo, con ciò che ne consegue in termini di contesto ambientale, è parte integrante della loro storia evolutiva. Non sono semplicemente “abituati” alla presenza umana; per essi la condivisione di spazi, attività ed esperienze relazionali con l'uomo è diventata per così dire “naturale” e imprescindibile. Tanto è vero che gli animali derivati dai processi di domesticazione attuati dall'uomo sono considerati specie o in qualche caso sottospecie diverse dai rispettivi progenitori selvatici. Sono animali che, sottoposti alle pressioni selettive legate all'intervento umano, hanno attuato dei veri e propri cambiamenti fisiologici e comportamentali, che li hanno resi adattati a vivere nelle condizioni ambientali create dall'uomo.


Eppure, anche gli animali domestici mostrano spesso segni di squilibrio o disagio


Detto questo, anche per gli animali domestici resta valido il principio di fondo della conformità delle condizioni di vita alle caratteristiche biologiche specifiche. Quindi, se in questo caso per cattività si intende il confinamento in spazi e situazioni ambientali nei quali gli animali non possono esplicare il loro normale repertorio comportamentale, certamente il discorso sugli effetti di uno stato di disadattamento e di stress è riproponibile esattamente negli stessi termini sopra accennati. Sono ben noti, per esempio, le sindromi da deprivazione e le reazioni depressive di cani e gatti alloggiati in box o gabbie nei canili, le stereotipie e i comportamenti compulsivi degli animali da laboratorio stabulati inadeguatamente, i comportamenti autolesivi e le condotte incongruenti degli animali da reddito (bovini, pecore, capre, maiali, polli, conigli) detenuti negli allevamenti intensivi.

 


Perché, a volte, diventano “violenti”?


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