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INNOVAZIONE/ Rumore quanto basta: così daremo energia ai micro sensori

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  Il vero collo di bottiglia è come fare ad alimentare microsensori così piccoli. Non esistono, infatti, batterie di queste dimensioni. E se anche fossero disponibili sarebbe comunque impensabile sostituirle quando necessario. Come se non bastasse è noto che le batterie sono fortemente inquinanti: un ulteriore grave svantaggio visto che i microsensori sono “a perdere”. Date le loro dimensioni non è immaginabile recuperarli una volta che hanno esaurito le loro funzioni: basti pensare che negli Stati Uniti si parla di “smart dust” (polvere intelligente)».


I microgeneratori basati sulla risonanza stocastica sembrano proprio la soluzione. Gammaitoni e i suoi collaboratori hanno subito depositato la domanda di brevetto e si sono coraggiosamente lanciati in una nuova avventura. Nel 2007 hanno dato vita a un’impresa, la Wisepower Srl. È stata ed è tuttora molto dura. L’università ha dato un po’ di aiuto mettendo a disposizione un consulente che potesse aiutare nelle pratiche per ottenere il brevetto e, più in generale, tutelare l’invenzione. Nonostante il generoso impegno di alcuni colleghi è però mancato il coraggio di andare fino in fondo nel sostenere Wisepower.


«Ciò che tragicamente manca a tutti i livelli, nel privato come nel pubblico - racconta Gammaitoni - è il capitale di rischio. Sono state importate dal mondo anglosassone le strutture di ausilio: i “business angel” e gli incubatori di impresa. Ma non l’apertura a investire su un progetto innovativo. Si sente parlare poco di innovazione e solo in modo strumentale. Tuttavia è fuori di dubbio che crea più valore chi da un sacchettino di sabbia che costerebbe mezzo centesimo tira fuori un chip (circuito integrato) da 100 $ di chi si limita a comprare il chip per rivenderlo - se gli va bene - a 110 $...»


E così, per cercare di attingere risorse dove - crisi o non crisi - per le buone idee i soldi si riescono spesso a trovare, verso la fine del 2009, nasce una sorella americana di Wisepower. «Negli Usa, in media, uno spin-off universitario esplode o chiude nell’arco di due anni. Da noi, invece, si trascina per anni uno stato di incertezza che porta inevitabilmente ad una lenta agonia». Un’ultima domanda, professore, in questo panorama oggettivamente triste: chi o che cosa vi ha aiutato? «Sant’Agostino». Come dice, professore, Sant’Agostino? «Sì, vedere amici e colleghi negli Stati Uniti, in particolare in California: Si isti et istae, cur non ego?».

 

(a cura di Carlo Colesanti)


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