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MEDICINA/ Dal "Male Sacro" alla cura: vi racconto come sto provando a guarire l'epilessia

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Lo studio, condotto su un sistema animale modello, ha evidenziato che, bloccando HMGB1 o i “Tool-like receptors”, si ottiene come risultato la diminuzione nel numero di crisi pari al 70%. Viceversa, iniettando nell’animale delle molecole infiammatorie le crisi epilettiche diventano più frequenti. «Lo studio - continua Vezzani – è partito grazie ad un dato fondamentale, ovvero la rilevazione dell’aumento dei livelli di HMGB1 e di “Toll-like receptors” proprio in quei pazienti operati a causa della loro mancata risposta ai farmaci antiepilettici normalmente in uso». Questo dato fondamentale, unito alle nuove conoscenze che ha portato questo studio, apre la strada al futuro sviluppo di nuove terapie antiepilettiche. Terapie basate sull'utilizzo di specifici farmaci antinfiammatori in grado di interferire con HMGB1 o con i “Toll-like receptors”.


I farmaci attualmente in uso, sebbene siano in grado di bloccare il generarsi delle crisi epilettiche, non sembrano però agire su quei meccanismi che stanno all’origine del fenomeno. Inoltre circa il 30% delle persone affette da epilessia risultano essere insensibili a qualsiasi trattamento farmacologico classico.


«Quando in commercio saranno disponibili dei farmaci antinfiammatori in grado di agire sui meccanismi che generano la patologia - conclude Vezzani – allora potremo dire di aver fatto un reale passo avanti rispetto alle terapie attualmente disponibili». La disponibilità di eventuali farmaci è comunque ancora lontana poiché, oltre ai classici studi di tossicità delle eventuali molecole antinfiammatorie, si dovrà risolvere il problema di come veicolare il farmaco nel cervello dell’uomo. Nonostante queste difficoltà lo studio della professoressa Vezzani e del suo team pone una solida base nella comprensione del fenomeno epilessia.

 

(A cura di Daniele Banfi)



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