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AMBIENTI/ In Val Tartano rinasce un villaggio per custodire la Terra

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Il villaggio della Furfulera in Val Tartano  Il villaggio della Furfulera in Val Tartano

Oggi, dopo 15 anni di impegno, senza alcun aiuto pubblico, lottando tra mille difficoltà e grazie al contributo determinante di una impresa privata (la Comer SpA di Sondrio), il villaggio è stato completamente recuperato e una parte è destinata al turismo culturale (4 appartamenti e un salone su un totale di 15 unità abitative). Le case, con antichi portali in pietra e con le tipiche murature della montagna orobica, hanno conservate intatte le loro caratteristiche originarie, compresi i solai in legno e i manti in piöde selvatiche.

 

Nel salone della contrada, dedicato a due sostenitori dell’iniziativa, ora purtroppo scomparsi, il ricercatore marchigiano Franco Cesetti e l’economista Marco Martini, trova ora sede l’associazione Furfulera, per lo studio, la conservazione e la valorizzazione delle dimore rurali in Italia. La Furfuléra è dunque oggi, per la Valtellina e per la Lombardia, un esempio di alternativa di sviluppo. Si può ricominciare dalle radici, dal rispetto del paesaggio e dei segni che in esso, varie generazioni, hanno lasciato, con il lavoro dei campi e con l’allevamento del bestiame.

 

I recenti appuntamenti nazionali e mondiali dedicati all’ambiente sollecitano scelte morali del genere: il destino di questo villaggio è cambiato grazie al sacrificio e alla decisione radicale di un gruppo di amici che non vedrà mai, probabilmente, un ritorno economico dell’investimento fatto. D’altro canto l’impegno per un modello di sviluppo diverso (richiamato più volte dalla dottrina sociale della Chiesa e su cui si impernia l’enciclica Caritas in veritate) non può fondarsi solo sul profitto ma richiede una “economia della fraternità e della gratuità” tesa alla trasformazione della dinamica sociale ed economica in atto.

 

Troppe forze tendono a condizionarci in modo da limitare il nostro rapporto con il reale, il contributo creativo che ciascuno di noi può dare al mondo che ci circonda. È lontano il grido lanciato agli inizi del ‘900 dal filosofo Edmund Husserl: “Alle cose stesse !”. Il lavoro di generazioni che hanno terrazzato le montagne e la nuda roccia e cosparso le colline di santuari sembra oggi lontanissimo: le poche ore libere da una occupazione spesso alienante finiscono in una realtà virtuale, in un social network o in una palestra. Eppure chi vive a contatto con la bellezza dei paesaggi italiani e non ha l’orizzonte chiuso da un cortile o da un capannone industriale, è facilitato a comprendere come sia cruciale riproporre il senso del nostro rapporto col reale.

 

Il paesaggio intorno a noi, che sia degradato o di una bellezza straordinaria, non è comunque una cosa, un oggetto, bensì esprime questo rapporto, anzi esprime la sedimentazione, da parte di varie generazioni, del rapporto con il mondo in cui sono vissute. È questo il motivo per cui un buon vino e un buon formaggio fanno parte di un luogo e della sua identità: non potranno mai nascere in fabbrica, essi sono il prodotto vivo del rapporto di alcuni uomini con il proprio territorio. Questa identità non è genetica, non è data una volta per tutte: deve essere conquistata da ogni generazione. Da qui l’importanza di avviare un grande lavoro educativo per riscoprire la qualità dei luoghi.

 

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