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DESERTIFICAZIONE/ Nelle terre dove neppure una goccia di pioggia va sprecata

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In pratica si tratta di una particolare versione automatizzata della tecnologia di water harvesting (raccolta di acqua) potenziata dai due modelli di aratro ideati da Vallerani e trainati da trattori. I modelli sono stati denominati dall’ideatore come il "delfino" e il "treno" e consentono una forte scissura e un intenso scuotimento del terreno riuscendo a romperlo e consentendo così alla pioggia di irrorarlo e restare nei bacini. Ed è proprio la modalità di raccolta dell'acqua l’altra importante componente dell’invenzione: quando cade quella poca pioggia tipica delle regioni desertiche, non ne viene sprecata nemmeno una goccia poiché o cade direttamente nelle semilune create dal "delfino", o viene indirizzata nei solchi creati dal "treno" e divisi in modo tale da non permettere lo scorrimento dell'acqua.

Ma non è solo questione di macchine: bisogna scegliere la zona adatta, bisogna seminare certe piante e in un certo modo. Qui entra in campo più direttamente l’agronomo e l’attento conoscitore degli ambienti tropicali. Così Vallerani può annunciare, non senza soddisfazione, una serie di risultati notevoli: «Lavorando in media 180 giorni l’anno un aratro dissoda circa 1500-2000 ettari, cioè realizza un milione di semilune (Delfino) o 1,5 milioni di micro bacini (treno). Con una pluviometria di 150-300 mm/anno, i solchi così realizzati raccolgono tra i 2 e i 4 milioni di metri cubi di acqua piovana, che aumentano considerevolmente le produzioni agricole e silvo-pastorali e la ricarica della falde freatiche. Si possono allora piantare oltre un milione di piante da seme e creare in pochi anni una vera foresta. Se invece si seminano miglio, sorgo o leguminose, le produzioni ottenute sono tali da assicurare l’alimentazione di mille famiglie».

Quanto ai costi? «A seconda delle caratteristiche del terreno e della distanza fra le linee di lavorazione, il costo dell’intervento va dai 40 agli 80 euro l’ettaro. Naturalmente si deve stimare, congiuntamente all'attrezzatura, la manodopera che è variabile a seconda dei paesi e dei momenti storici; ma l'investimento viene ripagato sette-otto volte dai benefici che si riescono a trarre dalla terra con questo sistema. C’è da aggiungere che la manutenzione richiesta è pressoché nulla in quanto la natura africana, una volta stimolata, cresce rigogliosa da sé e poiché le buche scavate rimangono tali per più di sette anni, anche se l'effetto maggiore si ha logicamente il primo anno, con la semina».

 

Continua la lettura dell'articolo con l'intervista a Venanzio Vallerani clicca su >> qui sotto



 



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