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ALTA FORMAZIONE/ "La ricerca scientifica e il futuro della specie": scienza e filosofia a confronto, per il rilancio del Meridione

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Si è chiuso il sipario sul corso di alta formazione La ricerca scientifica e il futuro della specie, due settimane di lezioni e dibattiti a cui hanno preso parte gli esponenti più reputati della filosofia e della scienza italiane, aprendo prospettive inedite, ma anche interrogandosi, comunicando le proprie istanze irrisolte, mettendosi personalmente in questione. Rigoroso nell’impostazione scientifica e al tempo stesso volutamente trasversale, il corso, svoltosi dal 14 al 26 giugno e diretto da Pietro Barcellona, ha interrogato diversi specialismi a partire da una preoccupazione di fondo. L’ambizione, secondo il programma, era «dar vita a un dialogo aperto fra le diverse correnti di pensiero, accettando solo l’idea che il nemico comune di ogni sapere è quello che riduce il mondo e l’uomo a una sola dimensione»; e dunque «mettere alla prova i luoghi della formazione della tradizione occidentale e del suo crepuscolo nella omologazione del riduzionismo scientista e del funzionalismo evoluzionista/sistemico».

 

In altri termini, si voleva registrare la sfida dello scientismo e sondare la possibilità, ancora oggi, di un’autorappresentazione dell’uomo come libertà e responsabilità, oltre la tenaglia di vecchi e nuovi meccanicismi. E questa possibilità hanno rivendicato, s’intende in maniera problematica e critica, Massimo Cacciari, Vincenzo Vitiello, Giuseppe Longo, Salvatore Natoli, mentre il difficile confine tra etica e neuroscienze veniva perlustrato da Roberto Mordacci, Claudia Mancina, Carmine Di Martino.


Nessuna malintesa contrapposizione tra scienze dell’uomo e della natura, saperi dell’anima e del mondo, come se si trattasse di sfere in irrimediabile attrito, di cause avverse tra cui scegliere risolutamente, abbracciando uno dei vessilli in lizza: in realtà, altro è lo scientismo, con la sua pretesa di subentrare alla metafisica e dettare la nuova carta della morale, altro il lavoro degli uomini di scienza, tanto più attendibili quanto più fedeli al proprio ambito e ai propri metodi, senza presunzione insomma di governare l’intera episteme. La scienza comporta necessariamente riduzione, esclusiva aderenza alla dimensione quantitativa; ma riduzione non significa affatto riduzionismo, l’immotivata conclusione che oltre quel perimetro nulla si può conoscere o addirittura nulla esiste.

 

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