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LA STORIA/ Landi (ricercatrice): vi racconto la mia vita a fianco dei "giganti" Usa

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Come si vive l’insuccesso?

 

L’insuccesso, se si intende per questo la non conferma di un'ipotesi di partenza, è molto comune; direi che fa parte del processo di conoscenza, perché la realtà è complessa ed è lei stessa che ti corregge il tiro affinché tu possa arrivare a capirla. Quindi è in fondo un fattore positivo e necessario per la conoscenza. Ma se la riuscita è percepita non come l'avvicinarsi al vero ma come arrivare al prestigio e al potere, allora l'insuccesso è amaro.

E porta spesso a lasciar perdere quello che si stava cercando, spostandosi velocemente su altro, soprattutto se quel tipo di ricerca non è più “di moda” e rischi di non riuscire a pubblicare su giornali importanti. Oppure si è tentati di forzare un po’ i dati perché si avvicinino di più all’ipotesi fatta.

Ma se sei certo che nell’istante presente stai rispondendo a qualcosa d’altro, di più grande, se la soddisfazione è in questo rapporto e non nella riuscita futura, allora puoi restare fedele al dato anche se non torna: ti pieghi e cerchi di capire. E così è possibile una conoscenza. Il desiderio della scoperta è una molla della ricerca, ma può facilmente trasformarsi in ambizione, pretesa, senso di onnipotenza.

 

Cosa significa per lei “desiderare cose grandi”?

 

Per me ha innanzitutto a che fare col conoscere la realtà. Conoscerla per quello che è, davvero. E quindi sentire tutta l’ebbrezza di qualcosa di oltre, di infinito davanti a cui ti senti finalmente un io. E poter arrivare a conoscere questo oltre, ad amarlo. E in questo essere utili al mondo. 



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