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SCOPERTA/ Moro (San Raffaele): ho trovato i confini di Babele, ma il mistero del linguaggio resta

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Ha esplorato “i confine di Babele” (così si intitola un suo stimolante libro del 2006), coniugando le conquiste della linguistica con le nuove possibilità di indagine aperte dalle neuroscienze. Andrea Moro è ordinario di linguistica generale all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ma con frequenti periodi di studio e lavoro al MIT di Boston. Oggi parlerà al Meeting, dialogando col matematico Edward Nelson, sotto la regia di Marco Bersanelli, sul tema “Quale bene dalla scienza?”: un interrogativo sul quale Moro si è intrattenuto spesso anche per la sua curiosità intellettuale che lo porta a inoltrarsi volentieri nei territori delle diverse scienze e a entrare in rapporto con molti ricercatori.

 

È abbastanza facile giustificare la bontà della scienza pensando ai tanti vantaggi pratici prodotti dalle sue applicazioni; più difficile indicare il valore di ricerche apparentemente prive di applicazioni (almeno a breve termine): dove guardare allora per rintracciare il vero valore della ricerca scientifica?

 

È facile, ma è fuorviante. La ricerca scientifica è solo il nome di un metodo: per definizione un metodo non contiene i fini; l’efficacia di un metodo può solo essere misurata rispetto alla coerenza e alla capacità di prevedere nuovi fatti (spesso tramite la semplificazione di fatti noti). Se si parte da questo punto di vista non dovrebbe esserci differenza tra la ricerca con ricaduta pratica e l’esplorazione non finalizzata del reale. Chi fa ricerca dovrebbe avere come misura esterna la capacità dei risultati ottenuti di dire qualcosa su se stesso. Non si tratta ovviamente (solo) di verificare se il risultato della ricerca mi cambia nel concreto: il valore di una ricerca potrebbe anche semplicemente consistere nella conferma che io posso entrare in relazione con il mondo secondo ragione e nella consapevolezza che questa possibilità non è data né da me, né dall’oggetto della ricerca. Quando si pretende che la ricerca scientifica ponga da dentro se stessa gli scopi, il rischio è che diventi un’impresa autoreferenziale, un vicolo cieco, un’ideologia, il vero “oppio dei popoli”. La ricerca deve essere invece un’occasione per imparare che è possibile desiderare cose grandi, indipendentemente dall’esperienza della nostra limitatezza.

 

Accanto alle applicazioni positive, ci sono tutte quelle conseguenze dello sviluppo tecnico scientifico che destano preoccupazioni e timori. Da più parti si parla allora di responsabilità e moralità. Ma la moralità nella ricerca è qualcosa che entra in gioco alla fine, al momento dell’applicazione o c’è qualcosa prima?

 

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COMMENTI
26/08/2010 - verissimo (attilio sangiani)

sia chi fa ricerca scientifica,sia l'uomo di fede, (che fa ricerca teologica),partono da un atto di fiducia: lo scienziato ha fiducia,ragionevole, nella continuità e regolarità del reale; il teologo nella credibilità,ragionevole, della Rivelazione.