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SCOPERTA/ Moro (San Raffaele): ho trovato i confini di Babele, ma il mistero del linguaggio resta

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Il giudizio morale nella ricerca deve precedere e accompagnare i gesti concreti perché la ricerca deve coinvolgere tutto quanto me stesso: l’immoralità starebbe nell’escludere parte di me dal giudizio. L’irresponsabilità sarebbe pretendere che i fatti parlino al mio posto, escludendo quello che io voglio dalla vita, quello che io sento come vero nella vita. Certo rimane verissimo che esistono timori e preoccupazioni sui rischi connessi con nuove tecnologie. L’uso dell’energia atomica o la capacità di alterare il genoma di una specie, ad esempio, fanno certamente sorgere dei legittimi dubbi di pericolosità e la necessità di una cautela infinita quando si tratta di manipolare la natura. Ma se si parla di immoralità anche una ricerca innocua diventa immorale se è condotta senza aver idea di quale sia la richiesta globale che sta alla base delle mie azioni. In altre parole, la responsabilità deve essere fondata ben prima di quando si mette mano a una struttura in laboratorio e consiste nell’avere la consapevolezza che quel che sono io e di quel che sto chiedendo alla vita entrano nella mia ricerca come elementi essenziali. Ovviamente, non esiste una via sperimentale per avere delle risposte su questi temi: occorre un allenamento difficile che un uomo non può fare totalmente da solo.

 

Nelle sue ricerche lei ha messo in luce la natura sorprendente del linguaggio umano e nello stesso tempo i limiti che incontrano anche le scienze più avanzate come le neuroscienze. Questi limiti riducono il valore e la portata della conoscenza scientifica o ne rivelano i caratteri più profondi?

 

Il linguaggio umano è il vero scandalo della natura: non si riesce a inquadrarlo in nessun modello scientifico né filosofico definitivo. Cartesio fu addirittura costretto proprio dall’evidenza della creatività linguistica degli esseri umani a costruire un’immagine dualistica del mondo. Questa frattura è ancora vivissima oggi. Il sogno riduzionista dei primi anni Cinquanta, quando si pensava che si fosse a un passo dalla possibilità di catturare il funzionamento del linguaggio in termini matematici e informatici, è stato infranto proprio alla fine dei quegli anni dalla nascita della grammatica generativa a opera di Noam Chomsky, un linguista americano tutt’ora attivo al MIT di Cambridge (Massachusetts). Usando le stesse armi della logica e della matematica dimostrò che il linguaggio si presenta all’indagine conoscitiva con caratteristiche simili a quelle del mondo fisico: si può esplorare solo in maniera sperimentale ma non “derivarlo” da presupposti logici. Con la nascita di queste grammatiche, tuttavia, arrivarono quattro scoperte rivoluzionarie. Scoperte “vere”, cioè fatti che certamente nessuno si sarebbe aspettato di verificare: la prima, il nucleo fondamentale delle grammatiche umane è la capacità di costruire strutture potenzialmente infinite secondo schemi regolari di natura sconosciuta (quella che tradizionalmente chiamiamo “sintassi”); la seconda, la sintassi è il vero spartiacque tra il linguaggio umano e quello di tutti gli altri esseri viventi che pure, evidentemente, comunicano; la terza, il bambino nel convergere verso la sintassi della propria lingua non commette alcuni tipi di errori possibili; la quarta, non tutte le sintassi concepibili sono realizzate nelle lingue del mondo.

 

Ma le neuroscienze hanno permesso ulteriori scoperte …

 

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COMMENTI
26/08/2010 - verissimo (attilio sangiani)

sia chi fa ricerca scientifica,sia l'uomo di fede, (che fa ricerca teologica),partono da un atto di fiducia: lo scienziato ha fiducia,ragionevole, nella continuità e regolarità del reale; il teologo nella credibilità,ragionevole, della Rivelazione.