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SCOPERTA/ Moro (San Raffaele): ho trovato i confini di Babele, ma il mistero del linguaggio resta

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Il passo avanti fondamentale che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo secolo è che, sfruttando anche tecniche di neuroimmagini, sia pure con gli enormi limiti intriseci che esse hanno, si è visto che la struttura delle regole sintattiche dipende dall’architettura e dal funzionamento del cervello umano. La variazione tra le lingue umane non è illimitata perché non è, come invece lasciava credere una certa filosofia del 900, né frutto né del caos né di una convenziona arbitraria. I confini di Babele esistono e sono scritti nella nostra carne. Si aprono dunque quesiti sulla questione dell’evoluzione della nostra specie impensabili nel secolo scorso, ma rimane fondamentale la consapevolezza che il nucleo del linguaggio umano, la sua capacità creativa, è un mistero, parola che utilizza Chomsky stesso in questo caso. Questo non deve toccare minimamente l’entusiasmo del ricercatore, anzi: prender coscienza che si può solo percepire alcuni aspetti della realtà, che nella sua totalità rimane inaccessibile, è proprio uno dei momenti esaltanti della ricerca, sempre che non si confonda un metodo con un fine.

 

Quali sono le aspettative e i desideri che agitano il cuore di uno scienziato nella sua attività quotidiana?

 

È una domanda molto difficile per me, proprio perché, coerentemente con quanto ho detto, mette in gioco tutto me stesso. La prima risposta che mi viene da dare è che queste aspettative e questi desideri non me li sono creati io: sono una risposta a una chiamata, mossa da uno stupore doppio, quello per i dati che mi trovo di fronte e quello per la capacità che ho di decifrarli. L’effetto di questa esperienza di corrispondenza è che mi sento autorizzato dai fatti a desiderare cose grandi, anche nel mio lavoro di ricerca perché in fondo non è distinto dalla mia pretesa sulla vita. Accanto a questa constatazione sta poi la consapevolezza di partecipare a un’esperienza collettiva dove il mio lavoro sperimentale e teorico non può essere autosufficiente, ma si basa sul rapporto di fiducia nel lavoro degli altri. In questo senso, di fatto, io non riesco a percepire una differenza sostanziale nel metodo scientifico e nel metodo della fede: la differenza la fa ovviamente la sorgente dei fatti sui quali ci si basa, ma non la ragione per fidarsi.

 

(a cura di Mario Gargantini)



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COMMENTI
26/08/2010 - verissimo (attilio sangiani)

sia chi fa ricerca scientifica,sia l'uomo di fede, (che fa ricerca teologica),partono da un atto di fiducia: lo scienziato ha fiducia,ragionevole, nella continuità e regolarità del reale; il teologo nella credibilità,ragionevole, della Rivelazione.