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FOTOVOLTAICO/ In arrivo le celle solari che non si consumano: l’hanno imparato dalle piante

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Non è così per le celle solari: almeno non lo era fino a poco tempo fa. Fino a quando cioè un team di ingegneri chimici del MIT di Boston, guidati da Michael Strano e supportati dalla Energy Initiative e dal Solar Frontiers Center costituito dall’ENI nel 2008 presso la stessa università, sono riusciti a imitare i passaggi chiave di tale processo. Lavorando sulle proprietà delle nanoparticelle, i nanochimici del MIT hanno realizzato un nuovo tipo di molecole in grado di convertire la luce in elettricità con la caratteristica di essere auto assemblanti e di potersi smembrare e riassemblare rapidamente grazie alla semplice aggiunta o eliminazione di una soluzione addizionale. Sperano così di rimediare alle perdite di prestazioni soprattutto dei nuovi modelli di celle fotovoltaiche, per le quali già dopo sessanta ore di funzionamento si possono verificare perdite di efficienza anche del 10%.


La sfida principale era di eguagliare le piante nella velocità di riparazione dei meccanismi fotosintetici: si pensi che in piena estate una foglia d’albero ricicla le sue proteine ogni 45 minuti, anche se a noi sembra restare inalterata. È il frutto dell’attività di «quelle macchine meravigliose che sono i cloroplasti», le microcapsule all’interno delle cellule vegetali dove avviene la fotosintesi: macchine che consumano la CO2 e utilizzano la luce per produrre glucosio il quale fornisce l’energia necessaria per il metabolismo. Come spiegano Strano e collaboratori in un articolo pubblicato recentemente su Nature Chemistry, si trattava di emulare questo processo producendo molecole sintetiche dette fosfolipidi che vanno a formare dei dischi sui quali si impiantano i centri di reazione dove vengono rilasciati gli elettroni all’arrivo della luce. Ecco allora entrare in azione le nanotecnologie.
 

 

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