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NEWMAN/ 2. L'unità della ragione, antidoto alla "follia" degli specialisti

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La scienza si sta avvicinando a grandi passi al traguardo paradossale indicato con una celebre battuta del noto fisico Victor Weisskopf, uno dei padri del Cern, secondo il quale a furia di conoscere sempre “più” cose di sempre “meno” argomenti, si finirà per sapere “tutto” di “niente”. Il fatto è che tale situazione diventa a lungo andare negativa per le stesse singole discipline e per l’avanzamento delle conoscenze scientifiche; delle quali peraltro Newman era un grande estimatore, come di tutto quanto è espressione di una ragione correttamente esercitata. Conoscere infatti significa sì concentrarsi su un particolare ma per poterlo meglio inserire in un quadro più ampio di conoscenze e significati.


La mancanza di un continuo ancoraggio delle singole conoscenze a un orizzonte unitario e globale porta via via alla minor capacità di comprendere lo stesso particolare, a ridurre le possibilità di diventare fecondi e creativi nello specifico della stessa disciplina; perché, è sempre Newman che afferma, «benché l’arte in sé avanzi in virtù di questo concentrarsi della mente al suo servizio, l’individuo che è a essa limitato regredisce».


Il riferimento alla dimensione personale della conoscenza porta direttamente il discorso sul tema dell’educazione, anche questo di grande attualità in un’Italia agitata dal vento della riforma dei percorsi scolastici. Acutamente MacIntyre fa notare che la domanda di partenza di Newman «Che cos’è un’università?» in realtà ne sottende un’altra più generale: «Che cos’è una mente educata?». E sulle finalità di un’educazione dell’intelligenza il teologo inglese aveva le idee chiare: l’obiettivo è raggiungere quel «vero ampliamento della mente che consiste nella facoltà di vedere molte cose nello stesso tempo come un tutto, di ricondurle una a una alla loro vera posizione nel sistema universale, di capirne il rispettivo valore e di determinarne la reciproca dipendenza».

 

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