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NEWMAN/ 2. L'unità della ragione, antidoto alla "follia" degli specialisti

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Non è difficile scorgere in questo passaggio un nesso fin troppo esplicito con il pensiero di Benedetto XVI, in particolare con quanto espresso nel discorso di Ratisbona circa l’esigenza dell’uomo contemporaneo di sperimentare un “allargamento della ragione” superando le forti tendenze nichiliste e relativiste. Il traguardo, mai definitivo, di un serio lavoro educativo sarà allora l’uomo colto, dove l’aggettivo va purgato da ogni accento di intellettualismo o erudizione. Essere colti, osserva MacIntyre, significa «non solo sapere come servirsi di ciascuna disciplina in modo appropriato ma anche come rispondere alle affermazioni ingiustificate fatte in nome di una qualsiasi di esse. E per questo non abbiamo bisogno della mente contratta dello specialista ma di una mente di tipo differente».


Quello che caratterizza l’uomo colto non è quindi la quantità di conoscenze e competenze che ha acquisito quanto la sua “capacità di giudizio”; e questa applicata non solo allo specifico della professione ma anche alla normalità della vita e delle incombenze quotidiane. D’altra parte la situazione attuale acuisce l’esigenza di giudizio sottoponendo tutti noi a un incessante bombardamento comunicativo e informativo dal quale ci si può difendere solo incrementando «le facoltà attive e inventive» che derivano da un allargamento delle prospettive più che dalla specializzazione.


Senza quella formazione unitaria e senza l’educazione a giudicare e valutare ogni conoscenza e ogni situazione, il rischio per tutti, non solo per gli scienziati, è che arriviamo a «non sapere quel che stiamo facendo», che si tratti di una semplice attività domestica o di un complesso progetto tecnico o sociale. Con conseguenze gravi sia sulla nostra esistenza personale sia su quella di coloro che, nella sfera familiare o in quella lavorativa, dipendono da “quel che stiamo facendo”.

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