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SCOPERTA/ Nei calamari il segreto dei transistor del futuro

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A volte può capitare che le visioni e le previsioni, dai contorni un po’ indefiniti ma dal contenuto suggestivo, di alcuni autori di racconti e romanzi di fantascienza prima o poi si avvicinino effettivamente alla realtà. Nell’opera del più importante scrittore di fantascienza dell’ultimo secolo, Isaac Asimov, le invenzioni, fantastiche ma descritte con il realismo che daremmo a un oggetto già creato e funzionante, si susseguono e sono parte determinante delle vicende dei vari personaggi. Uno dei soggetti al quale il grande scrittore russo trapiantato in America ha lavorato di più è l’intelligenza artificiale, i robot.

Al di là delle famose tre leggi della robotica, Asimov specifica più volte che la base del funzionamento dei robot è un particolare tipo di strumento, che lui chiama “cervello positronico”, cioè un congegno capace di operare grazie al passaggio al suo interno di una corrente di positroni, cioè anti-elettroni, identici agli elettroni salvo che per la carica elettrica positiva. Ovviamente Asimov non entra nei dettagli, ma la suggestione per qualcosa di non convenzionale resta.

Fuori dai romanzi asimoviani e nella realtà “normale”, infatti, i circuiti sono fatti di materiali conduttori, che permettono passaggi di cariche negative, cioè gli elettroni che formano l’elettricità: è questo passaggio a consentire le comunicazioni, l’attivazione e il funzionamento di strumenti, ecc., ma non conducono alcun flusso di elettricità “positiva”.

Dove questo non accade è in sede biologica: le cellule, infatti, scambiano informazioni con l’ambiente che le circonda grazie a flussi di ioni e protoni, portatori di carica positiva, che attraversano le loro membrane. I protoni fanno attivare dei veri e propri canali di comunicazione dall’esterno verso l’interno e dall’interno verso l’esterno della cellula. Forse è per questo che il grande scrittore ha scelto questa particolare caratteristica per il “cervello” dei suoi robot?

Non lo sapremo probabilmente mai. Quello che però sappiamo con certezza è che negli ultimi anni si è cercata in modo sempre più deciso e sofisticato la possibilità concreta di fare parlare i due mondi: da un lato l’elettronica, le “macchine”, e dall’altro la biologia, gli esseri viventi.

Marco Rolandi, un ricercatore italiano trapiantato negli Stati Uniti, precisamente all’Università di Washington, ha fatto, insieme al gruppo che coordina, una scoperta che potrebbe avere conseguenze molto rilevanti: ha infatti realizzato un transistor che utilizza una forma modificata del chitosano, un composto presente nel gladio dei calamari, che, dal punto di vista evolutivo, è la vestigia di una antica conchiglia. La particolarità del materiale a base di chitosano è proprio quella di condurre protoni. Sembrano perciò aprirsi in modo nuovo le porte alla comunicazione diretta fra le macchine e i viventi.



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