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ROBOTICA/ Così i robo-scarafaggi cercano di spiegare i segreti del volo

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Immagine d'archivio (Fotolia)  Immagine d'archivio (Fotolia)

Il termine robot ci fa probabilmente venire in mente, di primo acchito, quelle sorprendenti “macchine “ antropomorfe che nei film di fantascienza si muovono e si comportano in maniera quasi indistinguibile dagli “umani”. Lasciamo al tempo il compito di dimostrare se la realtà raggiungerà la fantascienza. Per intanto possiamo constatare che i robot sempre  più sofisticati prodotti nei laboratori di ricerca delle università e di alcune industrie di avanguardia, sono in realtà progettati  per obbiettivi meno ambiziosi ma non meno importanti, quali la sostituzione dell’uomo in compiti pericolosi, in ambienti ostili. Un esempio può essere la penetrazione  negli spazi ristretti e tormentati all’interno di un edificio, crollato a causa  di una esplosione o di un terremoto, alla ricerca di superstiti.

Per potersi muovere agevolmente in simili ambienti queste macchine possono assumere forme e strutture molto strane, a volte ispirate al mondo della natura, seguendo i dettami di quel ramo della scienza, della quale è paladina la rivista Bioinspiration&Biomimetics, che pubblica ricerche sulla applicazione di principi ricavati dai sistemi naturali, alla progettazione ingegneristica e tecnologica. Dalle pagine di questa rivista apprendiamo per esempio che nei laboratori della Biomimetic Millisystem della Università della California, a  Berkeley, hanno realizzato un minuscolo robot a sei zampe (DASH, Dynamic Autonomous Sprawled Exapod), che si muove come uno scarafaggio, e può strisciare e arrampicarsi quasi dappertutto, magari portando una piccola telecamera sulla “schiena”.

Il risultato è stato incoraggiante, pur con qualche limite sulle pendenze massime superabili, e soprattutto con un inconveniente che stessi gli insetti  a volte incontrano: il robot non aveva problemi di robustezza, anche cadendo da grandi altezze, ma se gli capitava di atterrare capovolto, non era più in grado di raddrizzarsi. Così i progettisti hanno provato a dotarlo di un paio di leggerissime ali battenti e di una coda, per aumentarne la mobilità e la stabilità. I nuovi “arti” si sono dimostrati utili a superare il problema della stabilità e anche capaci, dove c’è spazio, di migliore la velocità di avanzamento (accorciando così i tempi di esplorazione), ma non sufficienti a far decollare il “robo-scarafaggio”; peraltro si è visto che in caso di cadute da una certa altezza esso diveniva in tal modo in grado di fare delle specie di piccole planate, oltre ad atterrare diritto sulle sue “zampe”.

 



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