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AMBIENTE/ Kyoto chiama Montreal… ma Pechino non ci sta

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L'atmosfera terrestre  L'atmosfera terrestre

Ora, poiché i meccanismi di Kyoto non si sono dimostrati particolarmente efficaci, è stata avanzata la proposta di includere anche gli HFC nel protocollo di Montreal, applicando loro le stesse modalità di controllo di produzione e commercio già implementate con successo per i composti dannosi per l’ozono. La proposta non è priva di senso: è infatti vero che gli HFC non danneggiano l’ozono, ma è anche vero che sono stati creati proprio per fare fronte alla necessità di sostituire sostanze ozono-distruttici.

Tuttavia, come spesso accade, gli interessi economici stanno ostacolando questo processo. Nei prossimi giorni a Bali si terranno le annuali negoziazioni sulla protezione dell’ozono stratosferico e l’inclusione degli HFC nei meccanismi di riduzione di Montreal - sostenuta da 91 Paesi, tra cui Usa, Unione Europea, Canada e Messico - rischia di essere ostacolata da Cina e India (e in parte anche dal Brasile) che vorrebbero rimandare la decisione al prossimo anno. Questi Paesi, infatti, temono fortemente che si crei un pericoloso precedente, ovvero che negoziazioni riguardanti i gas serra vengano “spostate” dal Protocollo di Kyoto - un trattato che presenta grandi vantaggi per i Paesi in via di sviluppo in quanto impone il grosso degli obblighi ai Paesi sviluppati - al Protocollo di Montreal, che comporta invece vincoli obbligatori per tutti i firmatari. Inoltre, poiché gli HFC sono gas serra fino a migliaia di volte più potenti dell’anidride carbonica, essi ricoprono un ruolo cruciale nel mercato dei crediti di carbonio - su cui si basa il Protocollo di Kyoto - che finora hanno portato grandi vantaggi economici ai Paesi in via di sviluppo.

C’è solo da sperare che le posizioni dei tre paesi contrari rimangano isolate e che il Protocollo di Montreal, che l’anno prossimo compirà 25 anni, possa festeggiare degnamente questo importante compleanno ampliando il proprio mandato. 

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