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PROTAGONISTI/ Ucelli di Nemi: dalle navi romane alle turbine, passando per il Museo

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Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano (Foto Imagoeconomica)  Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano (Foto Imagoeconomica)

Non si trattava, a dir la verità di un’idea nuova, in quanto le nazioni che avevano preceduto l’Italia nel processo di industrializzazione si erano già dotate di simili istituzioni. A Parigi il Conservatoire des Art set Métiers era stato fondato nel 1794; a Londra il South Kensington Museum, poi Science Museum, era attivo dal 1857; a Monaco di Baviera il Deutsches Museum, fondato nel 1903, aveva addirittura identificato nel suo nome (Museo dei Tedeschi) spirito tecnico e spirito nazionale germanico.

L’idea era circolata anche in Italia tanto che, come ricorda Bigatti, nel 1908 il prof. Belluzzi del Politecnico, «si era fatto banditore di una pubblica conferenza dell’istituzione di un Museo Industriale». I tempi non erano evidentemente ancora maturi, ma l’idea rimase nell’aria e nel cuore di Ucelli, il quale, ormai affermato capitano d’industria, dal momento in cui il podestà di Milano, nel 1930 lo chiamò a presiedere una commissione incaricata di studiare l’ipotesi di istituire in città un Museo Industriale, fece diventare il museo uno degli obbiettivi primari della sua vita. E fu uno di quelli su cui dovette più lottare, se l’inaugurazione del primo nucleo del museo milanese, complice anche il drammatico periodo, poté avvenire solo quasi un quarto di secolo dopo, nel 1953. Non abbiamo qui spazio per narrare le vicende di quel lungo, salvo ricordare che il travaglio della istituzione del museo si ripercosse anche nella decisione sul nome da dargli, che da Museo Industriale, passò a Museo delle Arti e dell’Industria, per approdare infine a Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” nel 2000.

Guido Ucelli morì nel 1964, un anno e mezzo dopo la sua amatissima Carla, la cui dipartita lasciò un vuoto incolmabile nella sua vita. Di due delle tre grandi imprese della sua vita il tempo ha fatto scempio (le navi di Nemi andarono distrutte durante la guerra, la “Riva”, come altre storiche imprese industriali italiane, non esiste più), ma il Museo resta. Il tributo, che a quasi cinquant’anni dalla morte, il libro della Hoepli accorda a questo grande milanese è anche una bella testimonianza su come la tenacia dei nostri nonni e bisnonni abbia fatto progredire il nostro paese fra le vicende drammatiche del Novecento: insomma un libro da leggere e una bella lezione di fiducia per chi avverte il peso dell’attuale periodo di crisi.

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