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BIODIVERSITÀ/ Gli “Anni Internazionali” passano, le minacce restano

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Altro esempio di distruzione della biodiversità è dato dal crollo del pescato e di tutte le industrie di frutti di mare degli Stati Uniti attribuibile alla pesca intensiva dei grandi squali. Ransom Myers e i ricercatori della Dalhousie University ad Halifax, in Canada, hanno osservato 17 rilevamenti marini condotti lungo la costa est degli Stati Uniti tra il 1970 e il 2005, studiando la fluttuazione delle popolazioni di squali. L’assenza di predatori ai vertici della catena alimentare, ha portato un aumento esponenziale dei predatori intermedi, come per esempio la razza Rhinoptera bonasus, che ha esercitato una forte pressione sulle popolazioni di mitili della zona. Un effetto a cascata responsabile del crollo di tutte le attività di pesca di mitili.

Oggi la biodiversità è minacciata non solo dalla pesca intensiva, dal surriscaldamento delle acque e dal conseguente sbiancamento delle barriere coralline - inestimabili “hotspots” di biodiversità - ma anche dal cambio indiretto dell’uso dei suoli, dalla deforestazione delle foreste primarie e dal conseguente rilascio di anidride carbonica in atmosfera.

La storia ci insegna a non commettere gli errori del passato. Il 2010 è stato dichiarato Anno Internazionale della Biodiversità, ma ancora oggi le aree marine rimangono protette solo sulla carta e i monitoraggi ambientali affidati a biologi e naturalisti sono insufficienti. Forse dovremmo riflettere su quanto consiglia la IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura): investire nelle aree protette perché esse aiutano l’umanità a fronteggiare i cambiamenti climatici, stabilizzando i suoli, proteggendo le coste e costituendo uno scrigno della biodiversità naturale del Pianeta.

“La Terra non è un dono dei nostri genitori, ma un prestito dei nostri figli”, recita un proverbio indiano. Non dimentichiamolo.



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