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AMBIENTE/ Tra Deep Ecology e post-umanisti c’è spazio per l’ecologia umana

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Come si nota, entrambi gli estremi sono unificati da un profondo disprezzo per l’umano, differendo solo per le modalità della sua eliminazione: un suo sparire naturale per vie demografiche o una sua trasformazione tecnologica verso il robot. Nulla di nuovo sotto il sole, già Pascal prendeva in giro questa oscillazione tra “bestia e angelo” in alcuni dei pensatori suoi contemporanei smascherandone la vanità: Ma ora il problema è serio in quanto si tratta di scelte importantissime che devono essere fatte sull’ambiente in cui la politica e quindi, in maniera neanche troppo indiretta, la base filosofica da cui si parte, ha un peso enorme nel propendere verso differenti ipotesi; specie se si pensa che stiamo parlando di scelte da fare in condizioni di incertezza estrema.

Mettere al centro l’uomo nel discorso ecologico significa allora cercare di non separare mai la parola ecologia dalla parola sviluppo, insomma se un particolare problema, una situazione di crisi, una specifica decisione mettono in opposizione lo sviluppo economico e la salvaguardia dell’ambiente significa che dobbiamo ripensare dall’inizio tutta la procedura, in quanto ciò che ci appare come una scelta di sviluppo economico nasconde evidentemente una trappola, qualcosa che prima o poi ci chiederà di pagare un prezzo, anche economico, molto più alto dell’apparente beneficio. Qui riusciamo a capire perché il termine sostenibilità (ahimè fin troppo abusato di questi tempi tanto da rischiare sbadigli e disinteresse appena lo si pronunci) è così importante.

La sostenibilità, che a ben vedere può essere intesa come lunga durata o auto-sostentamento senza continui apporti di energia, non è di per sé stessa un valore. Nessuno si augura che una guerra o un uragano si mantengano per un tempo indefinito, quando parliamo di sostenibilità ci riferiamo in maniera implicita a uno sviluppo sostenibile, in questo caso la caratteristica di sostenibilità sarà sicuramente desiderabile. A questo punto il discorso può essere ragionevolmente intrapreso perché ammette un inquadramento dimensionale nel tempo e nello spazio: nessuno ad esempio potrebbe ragionevolmente prendere in considerazione un orizzonte di sostenibilità di un milione di anni, allo stesso modo, sul versante spaziale possiamo sicuramente limitare un’area in cui l’effetto delle nostre decisioni avrà un possibile effetto rilevante per andare a diminuire a distanze maggiori.

La natura “umana” dell’ecologia ci consente di definire lo sviluppo in termini di felicità della persona, felicità che copre tutti gli aspetti della vita in quanto la felicità non è un’astrazione ma è proprio la felicità concreta di una certa persona. La possibilità di farsi una passeggiata nella natura senza prendere l’automobile, di ammirare un bel paesaggio, di avere aria e acqua pulita, di poter avere tempo libero a disposizione per la vita di relazione, sono elementi concreti di felicità che abbiamo ormai capito non poter essere vicariati da un corrispettivo monetario. Ecco allora che l’impegno per la costruzione di uno (o più) indicatori che esplicitamente e senza forzature aprioristiche ma restando il più possibile allineati all’evidenza empirica tengano presenti tutte queste dimensioni dello sviluppo sostenibile diventa una sfida eccitante per il pensiero scientifico.

Una sfida ancor più eccitante qualora si consideri che già sappiamo che per intraprenderla il pensiero scientifico dovrà affrontare la rifondazione di uno dei suoi pilastri fondamentali: il concetto di ottimizzazione di una funzione. Qualsiasi impresa scientifica si può immaginare come la soluzione di un problema di ottimo la cui soluzione è la configurazione delle variabili del problema che garantisca il raggiungimento di un minimo di energia o comunque di massimo avvicinamento a un ottimo. Gli statistici lo chiameranno minimizzazione dell’errore, i chimici configurazione stabile ma la sostanza è identica.



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