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AMBIENTE/ Tra Deep Ecology e post-umanisti c’è spazio per l’ecologia umana

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Questa procedura implica prima di tutto l’esistenza di un minimo (o massimo) assoluto della funzione che giocoforza implica la “riduzione” del sistema alla sua caratteristica fondamentale essendo altri elementi del problema, altre interazioni, considerate “irrilevanti” (la letteratura anglosassone le indica, utilizzando un termine che sa di magia, come vanishingly small). La storia ci ha insegnato a nostre spese come questi particolari secondari che in un primo momento sembravano vanishingly small, sul lungo periodo hanno acquisito una potenza devastante per cui il supposto risparmio di suolo dei grattacieli si è risolto in spese enormi per la climatizzazione, la gestione degli scarichi e addirittura lo spreco di suolo “secondario” per parcheggi e svincoli autostradali.

La scienza dei sistemi complessi, prima fra tutte lo studio delle macromolecole biologiche, ci ha fatto balenare una logica di ottimizzazione messa in campo dalla natura molto differente da quella del riduzionismo: le proteine, lungi dall’avere una singola configurazione ottimale, svolgono al meglio la loro funzione mantenendo aperta la possibilità di numerosi minimi locali che vengono visitati alternativamente a seconda del contesto ambientale. L’ottimizzazione della flessibilità a spese dell’energia della singola configurazione è dunque un principio alternativo che la natura ci suggerisce così come la molteplicità degli spazi di ottimizzazione, il cablaggio ottimale delle reti per la massimizzazione della robustezza e tante altre idee che ci giungono dalla scienza della complessità.

Ecco allora che un terreno di gioco comune per filosofi, politici, economisti e scienziati della natura è là bello e pronto per essere sfruttato con amore e impegno.

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