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NEUROBIOLOGIA/ Le “scatole cinesi” che racchiudono il mistero del linguaggio umano

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La linguistica moderna è stata rivoluzionata negli anni Cinquanta, quando sono confluiti nella disciplina i metodi e l’esperienza maturata in seno alla logica matematica e all’informatica e allo strutturalismo americano. Il catalizzatore di questa esperienza è stato il lavoro di Noam Chomsky che ha scoperto, come si diceva prima, che le grammatiche delle lingue naturali erano dotate di capacità ricorsive che nessun sistema statistico è in grado di cogliere. A quel punto, due cose sono state immediatamente chiare: primo, la grammatica è troppo complessa perché possa essere appresa dai bambini per imitazione senza mostrare errori che di fatto non si trovano mai; secondo, il nucleo delle regole fondamentali delle lingue è invariante al variare delle lingue malgrado apparenti diversità. Fu subito chiaro che per spiegare questi due fatti occorreva ipotizzare una guida neurobiologica precedente all’esperienza, che taluni chiamano con un termine oscuro “innata”. Oggi i dati neurobiologici non solo confermano quell’ipotesi, ma si integrano con essa suggerendo nuove strade sperimentali e nuove conseguenze inimmaginabili, soprattutto sul piano delle teorie sull’evoluzione della specie umana.

 

I risultati degli studi più recenti suggeriscono la necessità di ulteriori riscontri sperimentali? E con che tipo di esperimenti?

 

Non esiste una strada maestra, ma un’unica certezza. Senza un’integrazione tra i lavori dei linguisti teorici e i neurobiologi (e i neurologi) non si riesce nemmeno a immaginare come proseguire. Un passo avanti enorme rispetto solo a meno di cinquant’anni fa quando Eric Lenneberg, uno dei fondatori della neurolinguistica, doveva avvertire il lettore del suo libro più famoso (I fondamenti biologici del linguaggio, Boringhieri, 1982) che lo studio di tipo biologico sul linguaggio era paradossale. Si trattava, come spesso capita quando si tratta di linguaggio, di un pregiudizio ideologico che voleva vedere nel linguaggio l’espressione della cultura e dell’arbitrarietà umana. Oggi si capisce, dati alla mano, che quelle prime intuizioni di Chomsky erano corrette. Ci si aspetta, tra l’altro, di trovare alcuni aspetti neurobiologici comuni tra grammatica, musica e matematica, aspetti che iniziano ora a manifestarsi in modo sia pure ancora confuso.

 

Studi come quello di Pallier e come quelli che ha condotto lei ci possono aiutare a capire come e perché le grammatiche non possono variare a piacere, ma sono in qualche modo vincolate dalla struttura neurobiologica del cervello. Non c’è però il rischio di un’interpretazione troppo biologicistica che potrebbe rilanciare le tendenze riduzioniste che vedono il linguaggio come un unico oggetto neurobiologico?



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