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SPAZIO/ La terra gemella non c’è ancora, ma (forse) è in arrivo

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Rappresentazione artistica del sistema planetario multiplo Kepler-11 (credit: Nature/Nasa/Ames/JPL-Caltech/T. Pyle)  Rappresentazione artistica del sistema planetario multiplo Kepler-11 (credit: Nature/Nasa/Ames/JPL-Caltech/T. Pyle)

L’annuncio dato martedì scorso dalla Nasa della scoperta di 1202 possibili pianeti extrasolari tra i quali un intero sistema di ben 6 pianeti, da parte del satellite Kepler in soli 136 giorni di attività (quasi 9 al giorno) ha suscitato (giustamente) grande scalpore, a dispetto del fatto che si tratta di dati in gran parte ancora provvisori (in ogni caso gli esperti ritengono che non meno dell’80% dei candidati dovrebbe essere confermato). Si tratta in effetti di un annuncio veramente storico, anche se, come quasi sempre accade con le notizie scientifiche, gli aspetti più importanti non sono quelli che colpiscono immediatamente l’immaginazione e che quindi vengono maggiormente enfatizzati dai media.

A prima vista infatti ciò che più impressiona è senza dubbio il gran numero di pianeti scoperti, che fa legittimamente pensare che praticamente ogni stella debba averne. Ma questa in realtà non è una novità: dopo che in pochi anni si erano scoperti oltre 500 pianeti extrasolari con le osservazioni da terra, nonostante il grave ostacolo dell’atmosfera, e soprattutto dopo che era stato scoperto che i pianeti si formano dai residui delle nubi di polvere cosmica che collassano a formare le stelle, e sono quindi per così dire dei “sottoprodotti” abituali della loro genesi, gli astronomi ne erano ormai certi. Da questo punto di vista i dati di Kepler costituiscono solo un’ulteriore conferma. Anche la scoperta di Kepler-11, il primo sistema planetario paragonabile al sistema solare per il numero dei pianeti (6 contro i nostri 8), per le loro dimensioni e per la forma delle orbite (quasi circolari, come le nostre), colpisce ma non stupisce, dato che in effetti è una logica conseguenza di quanto sopra.

Le notizie più importanti sono quindi altre. La prima è che Kepler funziona, e funziona bene. Questo potrà sembrare banale, perché noi tendiamo a dare per scontato che la tecnologia funzioni, soprattutto quella avanzata. La realtà però è ben diversa: a funzionare (quasi) sempre bene è la tecnologia vecchia, mentre quella d’avanguardia ha spesso dei problemi, proprio perché non è ancora ben collaudata. Questo fatto si accentua quando si deve operare in condizioni proibitive, come quelle dello spazio: si pensi solo che circa la metà delle sonde spedite su Marte ha fatto fiasco, qualche volta per errori umani (clamoroso quello che ne mandò una a schiantarsi perché nei suoi sistemi informatici erano stati immessi due codici che usavano differenti unità di misura), ma assai più spesso semplicemente perché viaggiare nello spazio è difficile.

La seconda buona, anzi ottima notizia è che ormai siamo davvero ad un passo dallo scoprire un pianeta grande (cioè piccolo) come la Terra. Questa è veramente una cosa straordinaria, se si pensa che solo 15 anni fa non si conosceva nessun pianeta extrasolare e molti astronomi pensavano che non esistessero proprio, mentre ancora pochissimi anni fa si riuscivano a individuare solo pianeti diverse volte più grandi di Giove, cioè centinaia o migliaia di volte più grandi della Terra. Ora invece siamo arrivati a sole 1,4 masse terrestri (il record è di Kepler-10b, un pianeta roccioso annunciato già il 10 gennaio senza suscitare, chissà perché, nessuna particolare enfasi), per cui non è esagerato dire che il traguardo è davvero a portata di mano e quasi certamente sarà tagliato proprio da Kepler nei prossimi mesi, se non addirittura nelle prossime settimane, dato che nella lista vi sono ben 68 candidati con un raggio inferiore a 1,25 volte quello terrestre.



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