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SPAZIO/ La terra gemella non c’è ancora, ma (forse) è in arrivo

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Rappresentazione artistica del sistema planetario multiplo Kepler-11 (credit: Nature/Nasa/Ames/JPL-Caltech/T. Pyle)  Rappresentazione artistica del sistema planetario multiplo Kepler-11 (credit: Nature/Nasa/Ames/JPL-Caltech/T. Pyle)

Più in generale, le osservazioni di Kepler hanno definitivamente confermato che i pianeti piccoli sono in realtà la maggioranza e che la schiacciante prevalenza di giganti gassosi nelle osservazioni da terra era dovuta, come correttamente si riteneva, solo ai limiti degli strumenti (un pianeta più grande è ovviamente più facile da individuare che uno piccolo). Addirittura, secondo gli esperti della NASA, un’estrapolazione statistica su questi primi dati condurrebbe alla conclusione che circa il 6% delle stelle della nostra galassia dovrebbe avere almeno un pianeta della taglia della Terra o al massimo di dimensioni doppie, il che significa qualcosa come una decina di miliardi di pianeti di dimensioni terrestri, se non di più.

Certo, un pianeta delle dimensioni della Terra non significa ancora un pianeta simile alla Terra: e infatti quasi tutti i pianeti fin qui individuati sono troppo vicini alla loro stella per avere temperature tali da consentire lo sviluppo di forme di vita di qualsiasi tipo (anche se per una sessantina di loro le condizioni potrebbero essere meno drammatiche, perché orbitano intorno a stelle decisamente più fredde del nostro Sole: il problema è che in questi casi si tratta perlopiù di pianeti gassosi, inadatti alla vita). Tuttavia tale situazione dipende essenzialmente dal fatto che Kepler non ha potuto finora identificare pianeti con orbite più lunghe di 136 giorni terrestri (corrispondenti come dimensione all’incirca a quella di Venere), dato che questa è per l’appunto la sua “anzianità di servizio”. Per l’arrivo del primo vero “gemello” della Terra bisognerà quindi aspettare ancora un po’, verosimilmente altri 5-6 mesi, quando Kepler comincerà a trovare pianeti con un periodo orbitale di circa un anno e quindi con una distanza dalla stella simile alla nostra, tale da consentire temperature più “umane” e la presenza di acqua liquida, essenziale alla vita, almeno come la conosciamo.

L’ultima importante notizia è però negativa, ed è la grande variabilità dei sistemi planetari che sembra emergere dalle osservazioni, in particolare proprio dalla scoperta del sistema Kepler 11. Infatti, anche se è (ovviamente) falso che la disposizione dei suoi pianeti sia «contraria alle leggi della fisica», come ha detto qualche cronista televisiva in vena di esagerazioni, certo essa è sorprendente e non si spiega nel quadro degli attuali modelli. Probabilmente la sua genesi ha richiesto l’intervento di qualche meccanismo di “migrazione planetaria”, già ipotizzato per altri casi, ma ancora non ben compreso, che ha fatto sì che i pianeti si spostassero dal luogo dove si sono originariamente formati per assestarsi poi sulle nuove orbite.

Per quanto interessante dal punto di vista degli esperti di dinamica planetaria, tale eventualità potrebbe avere ripercussioni negative circa la questione dell’abitabilità, perché significherebbe che anche piccole variazioni nelle dimensioni relative dei pianeti potrebbero portare a grandi cambiamenti nella struttura globale del sistema e forse anche nella composizione stessa dei pianeti. Se così fosse, per avere una vera “Terra gemella” potrebbe essere necessario che non solo le sue caratteristiche, ma anche quelle dei suoi compagni fossero molto simili a quelle dei pianeti del sistema solare, il che ne ridurrebbe drasticamente la probabilità.
Come si vede, dunque, le indicazioni circa la possibilità che esistano molti pianeti adatti alla vita nella nostra galassia non sono ancora univoche, anche se nell’insieme il barometro punta ormai decisamente verso il bello. Ma se la “Terra gemella” non dovesse arrivare a breve, allora probabilmente molte valutazioni dovranno essere riviste e bisognerà cominciare seriamente a preoccuparsi. A Kepler (si spera entro pochi mesi) l’ardua sentenza.



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