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ANSIA/ Scoperto il meccanismo che la inibisce. L’esperto: “interviene una componente biologica”

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Il meccanismo è stato azionato mediante la tecnologia “optogenetica”, che sfrutta la capacità delle cellule nervose di reagire alla luce. «Improvvisamente – afferma Karl Deisseroth, coordinatore dello studio, riferendosi ai topi utilizzati - si sono sentiti molto più a loro agio nelle situazioni in cui avrebbero normalmente percepito il pericolo, diventando pertanto più ansiosi». In particolare, «i roditori di solito cercano di evitare gli spazi aperti, come i campi perché questi luoghi li lasciano esposti ai predatori. Ma in entrambe le simulazioni – ha continuato Deisseroth - in spazi aperti e coperti la volontà dei topi di esplorare le aree aperte è aumentata profondamente, non appena è  stato inviato l'impulso luminoso nel circuito del cervello».

 

La ricerca, afferma Ceroni, «nasce da una scoperta fondamentale, realizzata circa 15-20 anni fa: si è potuto dimostrare che ci sono delle molecole (introdotte in terapia come antidepressivi) che hanno evidenziato una capacità notevole di controllare gli attacchi di panico, i momenti acuti di ansia, le fobie, le idee ossessive, la paura di compiere atti inconsulti e altri sintomi del genere, modulandoli e permettendo al soggetto di controllarli».

 

Questa scoperta ha consentito di comprendere come «una sintomatologia essenzialmente di natura psichica - in realtà ritenuta per molto tempo di natura esclusivamente psicologica -  risulti avere anche una base biologica. Tale componente può mescolarsi in proporzioni variabili con aspetti psicologici ed esistenziali». Non si pensi, tuttavia, a scenari rivoluzionari: secondo Ceroni «può essere difficile passare dalla sperimentazione clinica in laboratorio, che si avvale di stimoli luminosi, ad un’applicazione clinica che si basi sulla medesima metodologia». Anche perché «farmaci efficaci e sperimentati esistono in commercio da tempo. Può darsi, però, che con un’applicazione di questo genere si riesca a migliorare il trattamento farmacologico». Ciò che è certo e dimostrato, conclude, è che i rapporti sociali, le relazioni interpersonali, amici e parenti, possono svolgere un ruolo significativo: «è esperienza comune che un persona in preda all’ansia può essere calmata da chi le sta vicino. In compagnia di qualcuno si possono affrontare meglio situazioni stressanti».

 

 

 

 

 



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