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UE/ All’Italia conviene la “guerra” del brevetto?

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L’altro ieri la Commissione europea ha pubblicato il testo proposto per i regolamenti per istituire il brevetto Ue. È un nuovo passo verso la concretizzazione di questo progetto. Alla luce di quanto già visto sul tema, vale la pena cercare di capire perché Italia e Spagna abbiano deciso di rimanerne fuori e quali conseguenze questa scelta potrebbe avere in futuro.

È interessante che lo scoglio insuperabile sia stato quello linguistico. Mentre cedere potere giurisdizionale a un nuovo organo di giudizio comunitario è chiaramente una questione delicata - si tratta pur sempre di spogliarsi di parte di uno dei tre poteri fondamentali -, litigare sulle lingue da usarsi in materie tecnico-scientifiche è semplicemente assurdo. L’ineluttabile dato reale è che la sola lingua franca di scienza e tecnica è l’inglese.

Gran parte delle imprese tedesche e francesi depositano già le loro domande di brevetto europeo direttamente in inglese (tra l’altro con il vantaggio che lo stesso testo può essere usato per chiedere il rilascio di un brevetto anche negli Usa). Nel caso della Spagna, la difesa a oltranza della propria lingua in un contesto tecnico-scientifico risponde quantomeno a un disegno preciso: il progetto di diventare il Paese di riferimento nell’ambito brevettuale per tutti gli stati di lingua spagnola. Progetto probabilmente velleitario ed eccessivamente ambizioso, ma se non altro ben definito.

Per l’Italia è invece molto difficile intravvedere motivazioni sensate. Si sente parlare quasi solo della difesa della nostra lingua e del suo status nella Ue. Motivazione che pare estremamente fragile. Basta un poco di sano realismo: dato che nella scienza e nella tecnica tutto il mondo lavora quasi esclusivamente in inglese, vediamo semplicemente di imparare a farlo anche noi in scioltezza. Questa è la vera sfida, nascondercelo si traduce in un reale svantaggio competitivo. Lasciamo ai politici francesi - le imprese francesi sanno benissimo come stanno le cose - l’illusione di aver tutelato la propria lingua avendole garantito prerogative di cui quasi nessuno (francesi inclusi) si curerà.

Per inciso, è nell’ambito culturale che vale la pena di difendere l’italiano. La nostra lingua gode all’estero di una popolarità ben maggiore di quanto ci si potrebbe aspettare: il mondo è pieno di persone innamorate della bellezza del nostro Paese al punto da impararne la lingua e/o affascinate dalla nostra storia culturale: la nostra letteratura, l’italiano per secoli lingua franca della musica… Detto altrimenti, si sarebbe potuto rinunciare all’italiano nei brevetti, assicurando invece, come contropartita, un posto d’onore alla nostra lingua in un ambito in cui abbia oggettivamente senso difenderla.



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COMMENTI
15/04/2011 - Articolo male informato e disfattista (Tiziano Gentile)

A mio avviso l'autore è male informato e in parte disfattista. La sfida globale si vince anche non lasciando indebiti vantaggi agli altri. I coreani e i brasiliani l'hanno capito, e nel 2009 hanno imposto all'Organizzazione Internazionale della Proprietà Intellettuale di aggiungere coreano e portoghese come lingue di pubblicazioni dei brevetti. Risultato? Esplosione delle domande di imprese coreane e brasiliane. Il mondo della tecnologia non lavora in inglese, lavora multilingue. Un brevetto europeo senza l'italiano costerebbe in media il 31% in più a un'impresa italiana che a una britannica. Infatti la Germania (primo innovatore d'Europa) ha imposto il tedesco e tutte le imprese tedesche usano il tedesco per i loro brevetti. I francesi hanno capito l'importanza della lingua e infatti hanno imposto il francese. Un brevetto europeo senza l'italiano significa che gli innovatori italofoni non hanno accesso alla letteratura tecnica (brevetti) nella loro lingua, e questo li svantaggia rispetto ai tedeschi e inglesi (fra gli altri). Mettiamocelo in testa: l'inglese non è una lingua franca, né lo sarà mai, ed è una pura utopia pensare di competere ad armi pari con i madrelingua sul loro terreno di gioco. Il governo tenga duro! Ha il diritto di veto. Lo eserciti. Già oggi l'ufficio europeo dei marchi lavora in 5 lingue. Perché i brevetti no? È assurdo non voler difendere la nostra lingua nell'ambito tecnico-scientifico, che genera ricchezza. La cultura invece si difende da sola!

RISPOSTA:

Tre osservazioni: 1. Non mi sento assolutamente pessimista, tento semplicemente un'analisi e mi dico pronto ad essere smentito dai fatti. Di una cosa sono pero' assolutamente certo, perche' e' gia' un fatto: l'inglese e' (da decenni!) la lingua franca di scienza e tecnica. Esiste una qualche rivisita scientifica del calibro di Nature, Science, o di Lancet, o delle IEEE Transactions che non sia in inglese? Le maggiori case editrici scientifiche dell'Europa continentale - ad esempio Springer (tedesca) e Elsevier (olandese) - pubblicano riviste praticamente solo in inglese. E' possibile eccome competere nonostante un po' di handicap lingustico: e' quello che fanno i nostri ricercatori in tutte le sacche di eccellenza di cui l'Italia tuttora dispone. Il vocabolario tecnico e' limitato e molto specialistico. Non si tratta certo di saper scrivere sonetti... 2. Esistono probabilmente settori circoscritti in cui le imprese tedesche e francesi inoltrano ancora prevalentemente domande di brevetto nella propria lingua, ma confermo che, soprattutto nei settori piu' dinamici (come elettronica, informatica, telecomunicazioni) lo fanno sempre piu' di rado. 3. Brasile e Corea non hanno imposto alcunché. Hanno chiesto e ottenuto per il proprio ufficio brevetti nazionale lo status di "International Search / Preliminary Examination Authority" (ISA/IPEA) cosa che implica che la loro lingua possa essere usata per domande di brevetto internazionali (PCT). Tra gli Stati il cui ufficio brevetti e' ISA/IPEA alcuni sono effettivamente tra i piu' dinamici in quanto a capacita' innovativa: Stati Uniti, Corea, Giappone, Paesi Scandinavi, Canada e sempre di piu' anche la Cina. Altri assolutamente no (o almeno non ancora): Spagna, Brasile e Russia. Diversi Stati europei non hanno manifestato alcun interesse allo status di ISA/IPEA senza che la loro capacita' di innovare ne risenta in alcun modo: Germania, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito. Non credo che per l'Italia ci sia alcun interesse ad ambire allo status di ISA/IPEA (cosa che peraltro costa: bisogna dimostrare che il proprio ufficio brevetti ha le competenze necessarie!). Senza che nessuno ne abbia parlato, l'Italia ha ottenuto una cosa di valore ben maggiore: dal luglio 2008 la ricerca nello stato dell'arte e un rapporto di esame sulle domande di brevetto italiane vengono svolti presso l'Ufficio Europeo dei brevetti, sostanzialmente senza costi aggiuntivi per le imprese italiane. Questo si' che e' stato un grande servizio reso a chi in Italia innova. Un saluto Carlo Colesanti