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UE/ All’Italia conviene la “guerra” del brevetto?

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Un altro argomento poco convincente utilizzato per giustificare l’opposizione italiana al regime linguistico proposto per il brevetto Ue è un presunto svantaggio delle nostre imprese che si vedrebbero costrette a individuare la portata dei brevetti dei concorrenti in lingue diverse dall’italiano, di fatto in inglese. Come se non dovessero già competere in inglese a livello internazionale…

Viene a questo punto da chiedersi se Italia e Spagna alla fine si accoderanno (rimediando una figura abbastanza misera) o se insisteranno a mantenersi fuori dal brevetto Ue e, in quest’ultimo caso, quali potrebbero essere le conseguenze. Se l’Italia restasse fuori, quasi certamente si assisterebbe a una contrazione del già limitato volume di investimenti provenienti dall’estero: le imprese - soprattutto le Pmi - che decidessero che non vale la pena di chiedere separatamente un brevetto per l’Italia, sarebbero poi riluttanti a investire nel nostro Paese.

Va però detto che già non godiamo di buona fama quanto a tutela della proprietà intellettuale, soprattutto per la lentezza della giustizia civile (un brevetto serve a poco se è troppo difficile farlo valere in giudizio in tempi ragionevoli) e per il fatto che, in caso di contraffazione, il danno viene quasi sempre pesantemente sottostimato dai nostri tribunali. In altri termini, il titolare di un brevetto violato viene risarcito tardi e in misura insufficiente. Di conseguenza è abbastanza plausibile aspettarsi che quantomeno le grandi imprese che - nonostante il costoso sistema attuale e i problemi della nostra giustizia civile - a tutt’oggi ritengono valga la pena di chiedere protezione e investire in Italia, continueranno a farlo in larga misura.

Certo, aderire al brevetto Ue, potrebbe essere l’occasione di raddrizzare le nostre storture e promuovere (finalmente) in Italia una concezione moderna della proprietà intellettuale, cose molto desiderabili nella “knowledge-driven economy” in cui, volenti o nolenti, ci troviamo. E le nostre imprese? Verrebbero davvero a trovarsi in una situazione di svantaggio se l’Italia rimanesse fuori? Probabilmente no. Anzi, volendo tentare una previsione piuttosto azzardata (pronti a essere smentiti dai fatti), si potrebbe addirittura pensare che restare fuori possa essere vantaggioso.

Le nostre piccole e medie imprese potrebbero comunque accedere al brevetto Ue per proteggere con costi contenuti le proprie invenzioni nel resto d’Europa (al pari di qualsiasi altro soggetto esterno al gruppo di paesi che aderisce alla cooperazione rafforzata) e sarebbero, quindi, incoraggiate ad adottare una prospettiva più internazionale.



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COMMENTI
15/04/2011 - Articolo male informato e disfattista (Tiziano Gentile)

A mio avviso l'autore è male informato e in parte disfattista. La sfida globale si vince anche non lasciando indebiti vantaggi agli altri. I coreani e i brasiliani l'hanno capito, e nel 2009 hanno imposto all'Organizzazione Internazionale della Proprietà Intellettuale di aggiungere coreano e portoghese come lingue di pubblicazioni dei brevetti. Risultato? Esplosione delle domande di imprese coreane e brasiliane. Il mondo della tecnologia non lavora in inglese, lavora multilingue. Un brevetto europeo senza l'italiano costerebbe in media il 31% in più a un'impresa italiana che a una britannica. Infatti la Germania (primo innovatore d'Europa) ha imposto il tedesco e tutte le imprese tedesche usano il tedesco per i loro brevetti. I francesi hanno capito l'importanza della lingua e infatti hanno imposto il francese. Un brevetto europeo senza l'italiano significa che gli innovatori italofoni non hanno accesso alla letteratura tecnica (brevetti) nella loro lingua, e questo li svantaggia rispetto ai tedeschi e inglesi (fra gli altri). Mettiamocelo in testa: l'inglese non è una lingua franca, né lo sarà mai, ed è una pura utopia pensare di competere ad armi pari con i madrelingua sul loro terreno di gioco. Il governo tenga duro! Ha il diritto di veto. Lo eserciti. Già oggi l'ufficio europeo dei marchi lavora in 5 lingue. Perché i brevetti no? È assurdo non voler difendere la nostra lingua nell'ambito tecnico-scientifico, che genera ricchezza. La cultura invece si difende da sola!

RISPOSTA:

Tre osservazioni: 1. Non mi sento assolutamente pessimista, tento semplicemente un'analisi e mi dico pronto ad essere smentito dai fatti. Di una cosa sono pero' assolutamente certo, perche' e' gia' un fatto: l'inglese e' (da decenni!) la lingua franca di scienza e tecnica. Esiste una qualche rivisita scientifica del calibro di Nature, Science, o di Lancet, o delle IEEE Transactions che non sia in inglese? Le maggiori case editrici scientifiche dell'Europa continentale - ad esempio Springer (tedesca) e Elsevier (olandese) - pubblicano riviste praticamente solo in inglese. E' possibile eccome competere nonostante un po' di handicap lingustico: e' quello che fanno i nostri ricercatori in tutte le sacche di eccellenza di cui l'Italia tuttora dispone. Il vocabolario tecnico e' limitato e molto specialistico. Non si tratta certo di saper scrivere sonetti... 2. Esistono probabilmente settori circoscritti in cui le imprese tedesche e francesi inoltrano ancora prevalentemente domande di brevetto nella propria lingua, ma confermo che, soprattutto nei settori piu' dinamici (come elettronica, informatica, telecomunicazioni) lo fanno sempre piu' di rado. 3. Brasile e Corea non hanno imposto alcunché. Hanno chiesto e ottenuto per il proprio ufficio brevetti nazionale lo status di "International Search / Preliminary Examination Authority" (ISA/IPEA) cosa che implica che la loro lingua possa essere usata per domande di brevetto internazionali (PCT). Tra gli Stati il cui ufficio brevetti e' ISA/IPEA alcuni sono effettivamente tra i piu' dinamici in quanto a capacita' innovativa: Stati Uniti, Corea, Giappone, Paesi Scandinavi, Canada e sempre di piu' anche la Cina. Altri assolutamente no (o almeno non ancora): Spagna, Brasile e Russia. Diversi Stati europei non hanno manifestato alcun interesse allo status di ISA/IPEA senza che la loro capacita' di innovare ne risenta in alcun modo: Germania, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito. Non credo che per l'Italia ci sia alcun interesse ad ambire allo status di ISA/IPEA (cosa che peraltro costa: bisogna dimostrare che il proprio ufficio brevetti ha le competenze necessarie!). Senza che nessuno ne abbia parlato, l'Italia ha ottenuto una cosa di valore ben maggiore: dal luglio 2008 la ricerca nello stato dell'arte e un rapporto di esame sulle domande di brevetto italiane vengono svolti presso l'Ufficio Europeo dei brevetti, sostanzialmente senza costi aggiuntivi per le imprese italiane. Questo si' che e' stato un grande servizio reso a chi in Italia innova. Un saluto Carlo Colesanti