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UE/ All’Italia conviene la “guerra” del brevetto?

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Per contro, potrebbero addirittura veder accresciuti i margini di libertà a casa propria. Non va infatti dimenticato che il brevetto instaura un regime di monopolio temporaneo sullo sfruttamento dell’invenzione protetta e che l’Italia (purtroppo) ha un saldo tecnologico molto negativo: sono molte di più le invenzioni che le imprese estere brevettano in Italia di quelle che le imprese italiane proteggono in altri paesi. Da ultimo, nonostante che la loro funzione teorica sia di stimolo al progresso tecnologico (remunerando l’attività inventiva e l’investimento alla sua origine), spesso fitte cortine di brevetti sono usate per impedire l’accesso in determinati segmenti di mercato a potenziali concorrenti. Detto altrimenti, da incentivo all’inventare, il brevetto è spesso snaturato in strumento di difesa di una posizione di rendita e di ostacolo a chi in un settore tecnico potrebbe portare innovazioni.

In sostanza, potrebbe addirittura succedere che restare fuori dal brevetto Ue si traduca in (limitati) spazi aggiuntivi di libera concorrenza in Italia e in qualche occasione in più per le nostre imprese di recuperare il terreno che l’Italia ha perduto nelle nuove tecnologie. Anche se il paragone è certamente improprio, la Philips - tra le grandi imprese che in modo meglio organizzato gestiscono un enorme portafoglio di brevetti - è nata “contraffacendo legalmente” le lampadine inventate da Edison in un breve lasso temporale in cui l’Olanda non aveva una legge in materia di proprietà industriale e, quindi, non concedeva brevetti…

Certo, questi potenziali risvolti positivi sono possibili solo perché siamo (quasi) i soli a non aderire e sarebbero comunque pagati con l’impossibilità di influenzare in alcun modo il quadro giuridico del brevetto Ue. Inoltre, restare fuori dal brevetto Ue darebbe probabilmente un altro colpo all’intero grande progetto di un’Unione sempre più integrata. Se poi dovessimo davvero trarne dei vantaggi significativi, i nostri vicini non ce la perdonerebbero proprio…

In definitiva, attorno all’istituto del brevetto si crea un equilibrio molto delicato tra gli interessi dell’inventore e quelli del pubblico. È estremamente difficile capire come risponderà il sistema nel suo complesso a ogni, anche piccola, innovazione. Il grande assunto su cui si basa l’ormai ultra-trentennale tentativo di istituire il brevetto comunitario - cioè ridurre il costo di accesso al brevetto in Europa per favorire in particolare le piccole e medie imprese europee - è molto semplicistico.



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COMMENTI
15/04/2011 - Articolo male informato e disfattista (Tiziano Gentile)

A mio avviso l'autore è male informato e in parte disfattista. La sfida globale si vince anche non lasciando indebiti vantaggi agli altri. I coreani e i brasiliani l'hanno capito, e nel 2009 hanno imposto all'Organizzazione Internazionale della Proprietà Intellettuale di aggiungere coreano e portoghese come lingue di pubblicazioni dei brevetti. Risultato? Esplosione delle domande di imprese coreane e brasiliane. Il mondo della tecnologia non lavora in inglese, lavora multilingue. Un brevetto europeo senza l'italiano costerebbe in media il 31% in più a un'impresa italiana che a una britannica. Infatti la Germania (primo innovatore d'Europa) ha imposto il tedesco e tutte le imprese tedesche usano il tedesco per i loro brevetti. I francesi hanno capito l'importanza della lingua e infatti hanno imposto il francese. Un brevetto europeo senza l'italiano significa che gli innovatori italofoni non hanno accesso alla letteratura tecnica (brevetti) nella loro lingua, e questo li svantaggia rispetto ai tedeschi e inglesi (fra gli altri). Mettiamocelo in testa: l'inglese non è una lingua franca, né lo sarà mai, ed è una pura utopia pensare di competere ad armi pari con i madrelingua sul loro terreno di gioco. Il governo tenga duro! Ha il diritto di veto. Lo eserciti. Già oggi l'ufficio europeo dei marchi lavora in 5 lingue. Perché i brevetti no? È assurdo non voler difendere la nostra lingua nell'ambito tecnico-scientifico, che genera ricchezza. La cultura invece si difende da sola!

RISPOSTA:

Tre osservazioni: 1. Non mi sento assolutamente pessimista, tento semplicemente un'analisi e mi dico pronto ad essere smentito dai fatti. Di una cosa sono pero' assolutamente certo, perche' e' gia' un fatto: l'inglese e' (da decenni!) la lingua franca di scienza e tecnica. Esiste una qualche rivisita scientifica del calibro di Nature, Science, o di Lancet, o delle IEEE Transactions che non sia in inglese? Le maggiori case editrici scientifiche dell'Europa continentale - ad esempio Springer (tedesca) e Elsevier (olandese) - pubblicano riviste praticamente solo in inglese. E' possibile eccome competere nonostante un po' di handicap lingustico: e' quello che fanno i nostri ricercatori in tutte le sacche di eccellenza di cui l'Italia tuttora dispone. Il vocabolario tecnico e' limitato e molto specialistico. Non si tratta certo di saper scrivere sonetti... 2. Esistono probabilmente settori circoscritti in cui le imprese tedesche e francesi inoltrano ancora prevalentemente domande di brevetto nella propria lingua, ma confermo che, soprattutto nei settori piu' dinamici (come elettronica, informatica, telecomunicazioni) lo fanno sempre piu' di rado. 3. Brasile e Corea non hanno imposto alcunché. Hanno chiesto e ottenuto per il proprio ufficio brevetti nazionale lo status di "International Search / Preliminary Examination Authority" (ISA/IPEA) cosa che implica che la loro lingua possa essere usata per domande di brevetto internazionali (PCT). Tra gli Stati il cui ufficio brevetti e' ISA/IPEA alcuni sono effettivamente tra i piu' dinamici in quanto a capacita' innovativa: Stati Uniti, Corea, Giappone, Paesi Scandinavi, Canada e sempre di piu' anche la Cina. Altri assolutamente no (o almeno non ancora): Spagna, Brasile e Russia. Diversi Stati europei non hanno manifestato alcun interesse allo status di ISA/IPEA senza che la loro capacita' di innovare ne risenta in alcun modo: Germania, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito. Non credo che per l'Italia ci sia alcun interesse ad ambire allo status di ISA/IPEA (cosa che peraltro costa: bisogna dimostrare che il proprio ufficio brevetti ha le competenze necessarie!). Senza che nessuno ne abbia parlato, l'Italia ha ottenuto una cosa di valore ben maggiore: dal luglio 2008 la ricerca nello stato dell'arte e un rapporto di esame sulle domande di brevetto italiane vengono svolti presso l'Ufficio Europeo dei brevetti, sostanzialmente senza costi aggiuntivi per le imprese italiane. Questo si' che e' stato un grande servizio reso a chi in Italia innova. Un saluto Carlo Colesanti