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SPAZIO/ Ricreati in laboratorio i getti delle baby stelle

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Una foto scattata da Hubble (Foto Ansa)  Una foto scattata da Hubble (Foto Ansa)

Comprimendo dell’elio o dello xeno con un pistone e accelerandolo a velocità supersoniche tramite un ugello, simile a quelli usati nei moderni motori a reazione degli aeroplani, i ricercatori hanno prodotto il getto. Esso poi è stato fatto propagare in una camera di circa 2,5 metri di lunghezza, riempita, a seconda delle configurazioni, di xeno o aria. Per rendere visibile il getto, esso viene intercettato a un certo punto della camera da un fascio di elettroni, che eccitano gli atomi che lo compongono; diseccitandosi, essi si rendono luminosi e diventano visibili da una fotocamera ultrarapida.

Due sono i risultati conseguiti dal team di scienziati, una collaborazione tra Politecnico di Torino, Politecnico di Milano, Università di Torino e del Max-Planck-Institut a Goettinga. Per prima cosa, il gruppo si è occupato anche di simulare l’esperimento tramite un codice largamente utilizzato in astrofisica e ha confrontato i risultati degli esperimenti con quelli delle simulazioni.

In generale è stato trovato un buon accordo, il che è un importante conferma del codice utilizzato. Inoltre, i getti ricostruiti presentano molte caratteristiche di quelli realmente osservati, come la persistenza su lunghe distanze e la presenza di un “bozzolo” che circonda il getto, almeno in uno dei due casi ricostruiti. Ciò significa che si tratta di proprietà dei getti altamente supersonici e per essere spiegate non richiedono ulteriori meccanismi - sui quali è in corso un ampio dibattito in astrofisica – come, ad esempio, i campi magnetici.

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