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UE/ Che lingua parla il tuo brevetto?

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Ma non è finita. Visto che in realtà si tratta di un insieme di brevetti nazionali, per tutelarsi in caso di contraffazione è necessario agire in giudizio in ogni Paese separatamente. Soprattutto, per le piccole e medie imprese i costi sono mostruosi e, come se non bastasse, l’esito è, non di rado, diverso da Stato a Stato. Lo stesso tocca a chi vuole far dichiarare nullo un brevetto dimostrandone l’invalidità (ad esempio, provando che l’invenzione non è nuova). In breve si può dire che con la Epc è stata istituita una procedura internazionale di rilascio brevetti, ma (salvo eccezioni molto circoscritte) la “vita” successiva del brevetto è rimasta un affare prettamente nazionale. Nonostante queste serie limitazioni, il brevetto europeo è stato e continua a essere un grande successo e ha contribuito a rendere molto più omogeneo il panorama legislativo in Europa e, indirettamente, a livello mondiale.

Il costo elevato dell’accesso al brevetto e, se necessario, alla tutela giurisdizionale, viene tradizionalmente visto come un fattore di forte penalizzazione delle imprese innovative che investono in ricerca e sviluppo, soprattutto se si tratta di imprese piccole o medie. Il regime di monopolio temporaneo garantito dal brevetto è infatti considerato una garanzia essenziale per poter investire con ragionevole certezza di vedere ritorni adeguati. Proprio per questi motivi, già negli anni ‘70 è in corso il primo tentativo di creare un brevetto unico - detto brevetto comunitario - valido nei paesi di quella che allora era la Comunità economica europea (Cee). Si susseguono diversi tentativi privi di successo: vengono stipulati trattati ad hoc nel 1975 e nel 1989, senza che però siano ratificati da un numero sufficiente di Stati membri.

Per evitare lo scoglio della ratifica, nel 2000 una nuova iniziativa viene lanciata usando lo strumento del regolamento europeo (atto legislativo direttamente applicabile negli Stati membri), ma anche questa si arena nel 2004.



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