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FISICA/ Una certezza in più per la relatività di Einstein

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Albert Einstein  (Foto Ansa)  Albert Einstein (Foto Ansa)

Come si raggiungono le certezze nelle teorie scientifiche? È una domanda interessante, alla quale scienziati e filosofi continuano ad aggiungere pezzi di risposte  e il cui interesse va oltre quello degli addetti ai lavori, in quanto tocca motivi più profondi legati al più generale processo di conoscenza e al rapporto uomo-realtà.

L’immagine più diffusa, e meno corrispondente alla reale esperienza di chi fa scienza, è quella un po’ magica dello scienziato che esce trionfante dal laboratorio impugnando i risultati di un esperimento che gli darebbero la certezza delle tesi da lui proposte per spiegare un fenomeno naturale. Nella maggior parte dei casi invece la certezza  avviene come convergenza di risultati e di conferme che si verificano in ambiti diversi e distribuiti nel tempo. Più che il singolo dato che sancisce l’esattezza di una legge, è un insieme di dati, di fenomeni, di situazioni che, a partire da quella teoria, acquistano via via una loro spiegazione convincente e portano a disegnare un quadro generale sempre più chiaro e coerente.

Per molti scienziati poi c’è un livello di certezza che viene ancor prima della prova e risiede in un’intima convinzione che quella sia l’unica ragionevole spiegazione per quel particolare comportamento della natura.  È in base a questa certezza, più intuita che provata, che lo scienziato accetta il rischio di esporre la sua teoria, mandando un articolo alle riviste scientifiche di riferimento e presentandone i particolari in congressi e seminari; dichiarando la propria disponibilità a tornare sui suoi passi se la realtà dovesse dare risposte differenti e alternative.

È stato così per Eistein che ha pubblicato “I fondamenti della teoria della relatività generale” sugli Annalen der Physik nel 1916, ben prima di aver in mano dei risultati sperimentali. Le prime conferme della sua teoria, che ridefiniva l’idea di gravità associandola alla geometria dello spazio-tempo, sono arrivate qualche anno dopo: come quella del maggio 1919, quando Arthur Stanley Eddington misurò la curvatura della luce stellare (1.7 secondi d'arco) durante un’eclisse totale di Sole.



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