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ANTARTIDE/ Non tutto il disgelo vien per nuocere

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Un iceberg al disgelo  Un iceberg al disgelo

In effetti i ricercatori hanno messo a confronto la quantità di carbonio che affonda normalmente nell’oceano (come risultato finale di tutti i processi organici che si svolgono nell’acqua marina) e quella che viene rilasciata a seguito del passaggio di un iceberg, e hanno scoperto che attorno a queste montagne di ghiaccio, per un raggio che può arrivare a 30 km, la quantità di carbonio che affonda in profondità è circa il doppio del normale. In sostanza, a causa dell’effetto fertilizzante dei sedimenti rilasciati dagli iceberg in scioglimento, aumenta la quantità di alghe microscopiche che vivono nel mare e di conseguenza aumenta il loro normale “consumo” di anidride carbonica atmosferica; così le alghe fissano il carbonio atmosferico e al termine del loro ciclo vitale lo depositano sul fondo dell’oceano.

Saranno sicuramente necessari ulteriori studi per meglio quantizzare la portata globale di questo fenomeno, ma estrapolando le attuali osservazioni all’intero Mare di Weddell, i ricercatori del MBARI valutano che la maggior “produzione” di iceberg (sia i grandi che i piccoli), dovuta all’evoluzione in atto delle condizioni atmosferiche attorno all’Antartico, possa svolgere un ruolo importante nella rimozione del carbonio atmosferico.

Il lavoro di Ken Smith e compagni non è peraltro finito, e proprio nella direzione indicata ora stanno lavorando alla messa punto di strategie e di nuove apparecchiature che permettano di seguire in modo automatico, per lungo tempo e su più larga scala l’effetto di fertilizzazione degli oceani dovuto agli iceberg. Per intanto un nuovo fenomeno si va ad aggiungere ai numerosi effetti di interazione atmosfera-oceani di cui bisogna tenere in conto nella complessa modellizzazione del clima terrestre.

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