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VULCANO/ Difficile prevedere l’esaurimento del cocktail islandese di magma e acqua

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L'eruzione del Grimsvotn - Foto Ansa  L'eruzione del Grimsvotn - Foto Ansa

In generale, l'esplosività di un vulcano dipende principalmente dal chimismo del magma (magmi acidi sono più viscosi, e quindi ci vuole "più pressione per espellerli") e dal contenuto di gas volatili (H2O, CO2 in primis) che hanno effetto "propellente" all'atto della eruzione. In Islanda esiste un ulteriore fattore non trascurabile: le eruzione spesso (come per il Grimsvoten) avvengono sotto la calotta di ghiaccio che ricopre parte dell'isola; il magma, salendo, scioglie il ghiaccio e arriva in superficie. In questi casi il contatto della lava con il ghiaccio sciolto (acqua!) crea un eruzione freatomagmatica, altamente esplosiva e generatrice, proprio per il contatto stretto fra magma e acqua e la esplosività, di una quantità notevole di polvere vulcanica.

 

Si riesce a prevedere la durata del fenomeno eruttivo? Cosa consente di fare previsioni di questo tipo?

 

No, la durata di una fase eruttiva non è prevedibile a priori. Osservando i processi in corso si possono avere, durante le eruzioni, delle avvisaglie in termini dei prodotti emessi e in base alle variazioni di emissione dei gas.

 

In Europa ci sono altre situazioni potenzialmente candidate a comportamenti catastrofici? E in Italia?

 

L’espressione “comportamenti catastrofici” non ha una definizione univoca. In Europa, il rischio vulcanico (pericolosità + vulnerabilità in termini semplici) può esserci nelle Isole Azzorre, nell'Islanda stessa e forse (più per collassi gravitativi) nelle Canarie. In Italia, in questo caso, si può considerare catastrofica una eventuale eruzione pliniana del Vesuvio.

 

 




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