BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

NEUROSCIENZE/ L’arte del cervello che riconosce la bellezza

Pubblicazione:

Foto Fotolia  Foto Fotolia

Le neuroscienze possono costituire un punto di vista che ci permette di comprendere meglio l’arte e la nostra percezione estetica? Il neurologo Stefano Cappa - ospite nella seconda serata del ciclo di incontri sulle neuroscienze organizzata dal Centro Culturale di Milano, dal titolo: “Percezione, memoria e bellezza” - sostiene di sì e lo afferma non solo in qualità di Direttore della Divisione Neurologica della Fondazione San Raffaele, ma anche a partire dalla sua passione per l’arte. L’importante è non ridurre la produzione artistica, e ciò che essa suscita in noi, alle conoscenze ottenute sfruttando i metodi neuroscientifici.

In base a essi, spiega Cappa, due sono gli approcci possibili. Il primo, il cui principale esponente è il neurofisiologo inglese Semir Zeki, consiste nel concepire il complesso processo della visione non disgiungibile dal significato dell’espressione artistica; motivo per cui occorre conoscere bene il primo per comprendere appieno il secondo. In base a questo punto di vista, vengono studiate le modifiche della produzione artistica in correlazione alle patologie di natura cerebrale dell’artista: lesioni o malattie progressive come l’Alzheimer.

In molti casi, da parte di persone affette da demenza fronto-temporale, si evidenzia perfino uno sviluppo di espressività artistiche che prima non si possedevano. L’ipotesi di Cappa è che le distorsioni o alterazioni nelle forme e nelle dimensioni di molte immagini corporee presenti nell’arte possano rappresentare un riverbero di particolari esperienze interiori degli artisti; infatti, chi è affetto da determinati disturbi psicologici, come la bulimia o l’anoressia, è indotto a percepire una falsa immagine del proprio corpo.

Un altro approccio possibile dal punto di vista neuroscientifico è quello che va a indagare la risposta estetica del cervello, la sua reazione fisica al “potere delle immagini” (è il titolo di uno dei libri più noti su questo tema, del neurologo David Freedberg). Esso si basa sulla recente scoperta di particolari neuroni, definiti “a specchio”, che si attivano non solo se il soggetto osserva un’azione motoria, predisponendolo a copiarla, ma anche in presenza di semplici immagini e quindi di opere d’arte.

Ad esempio, si è riscontrato che la visione di una statua classica ingenera l’attivazione delle aree frontali e parietali, dove hanno sede questi neuroni; inoltre, se la statua è ben proporzionata, l’insula - ossia quella parte della corteccia cerebrale più nascosta ove convergono e si integrano informazioni provenienti sia dall’esterno che dall’interno - si attiva di più; tale effetto è stato definito di canonicità.



  PAG. SUCC. >