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ENERGIA/ Alle celle solari i virus fanno bene

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I virus, invece, da un lato tengono saldamente legati a sé i nanotubi, impedendo di aggregarsi (ogni virus “àncora” dai 5 a i 10 nanotubi), dall’altro sono ingegnerizzati per produrre uno strato sottile di biossido di titanio sopra ognuno dei nanotubi, ponendolo così a stretto contatto con i nanotubi, che agiscono come dei cavi nel trasporto di elettroni. Queste due funzioni del virus possono essere attivate alternativamente modificando l’acidità dell’ambiente in cui si trovano. Inoltre, i virus rendono solubili i nanotubi in acqua, consentendo di incorporarli nella cella solare usando processi a temperatura ambiente basati sul’acqua.

I risultati sono impressionanti e fanno ben sperare per il futuro: i ricercatori infatti pensano che il processo sia utilizzabile in non lungo tempo dall’industria, come già avviene per le celle solari sensibilizzate con colorante, commercializzate in Estremo Oriente.

Ma la cosa più interessante per un italiano è scoprire che una grande multinazionale italiana, l’Eni, è alla base di tutto questo lavoro, avendolo finanziato fin da principio. Questo, lungi dal generare disappunto, deve fare ben sperare anche noi: se le idee sono valide, anche in Italia qualcuno è disposto a investire denaro nella giusta quantità. Come dire: Rockefeller può parlare la nostra lingua, a patto che qualcuno si dimostri degno della spesa.

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